La bellezza tradizionale in Marocco

Le future mogli venivano scelte dalle future suocere per i rispettivi figli: la giovane doveva avere un viso che, a detta di tutti, doveva essere luminoso come la luna piena, gli occhi di un nero profondo così descritti “Liimine qad elkass” (grandi come coppe), una bocca piccola quanto la circonferenza di un anello, sopracciglia sottili che si congiungono al di sopra del naso che come una spina di rosa avrebbero ferito la pelle delicata per far spuntare i capelli “neri come la pietra di jais” Khel thtihane, Kay derbou hata Irejline, “una massa enorme e fluente che arriva fino ai polpacci”. Deve essere ben in carne, con gli omeri rotondi, le dita delle mani longilinee con fusi che maneggiano aghi. Deve necessariamente essere astuta ed esperta. Fascino e perfezioni multiple sono le qualità che deve possedere una ragazza che ambisce a trovar marito.

Per la felicità del figlio, la scelta delle suocere ricadeva su carne giovane che rispondeva ai canoni tradizionali della bellezza; si esigeva anche, quali i segni evidenti di buona salute, una buona dentatura, occhi buoni e nessuna deformazione. Quando si sorvolava sugli eventuali difetti significava molto chiaramente che le sue pretese di ereditiera non lasciavano alcun dubbio.

Fin dalla più tenera età, la ragazza viene educata a essere o ad acquisire la bellezza irresistibile che accenderà la fiamma e l’amore degli uomini, che non la vedono; la si vede per conto di colui che la sposerà felicemente. Per tradizione, gli sposi s’incontravano per la prima volta e si vedevano fisicamente soltanto la sera delle nozze quando il matrimonio sarebbe stato consumato immediatamente dopo.

La grazia sia naturale sia indotta con le cure e il culto della bellezza sono gli elementi che aiuteranno la fanciulla a trovare marito. La donna ha trasformato la sua preoccupazione di essere bella in un culto e un’arte. La donna ha impiegato il profumo dei fiori, l’incanto e la magia dei gioielli e la quintessenza delle piante ne ha esaltato la bellezza e splendore. Ha saputo sfruttare le virtù dei minerali, delle semenze, delle tinture per poi, nel corso degli anni, creare e conservare un insieme di riti, di ricette, di procedimenti, trasmessi da una generazione di donna all’altra secondo un rituale di perenne iniziazione e nella segretezza dei mondi femminili condivisi.

La modernità si è lentamente insinuata in questo universo femminile, facendo scomparire i colori, gli odori, il campionario dei prodotti tradizionali che, per quanto riscoperti ai giorni nostri, non vengono più usati allo stesso modo, vengono presentati diversamente, sono sfruttati dalla cosmesi industriale. Il rossetto preparato artigianalmente sul fondo di una scodella di terracotta o porcellana, la polvere di antimonio raccolta nel Lemkehla, oggetto d’argento, di legno, di rame, o perfino d’oro che contiene il Lekhoul, il “Khohol”, il bastoncino di corno o di ebano liscio che serviva a sottolineare gli occhi dopo essere stato passato in mezzo alle due palpebre, che calcava le sopracciglia o le sfoltiva, che disegnava un neo qua e là sul viso della bella, tutto questo è quasi completamente scomparso.

Attualmente le donne hanno, per la maggior parte, scelto i moderni metodi di bellezza e di cura. Tra i vari prodotti di base della cosmesi tradizionale bisogna conservare alcuni ricordi. Le nonne erano convinte che, come Rhemtallah, “favore di Dio”, procurassero del bene. Ed è vero: un mal di testa soccombe agli effluvi dell’acqua di rosa arricchita da polvere di chiodi di garofano; gli occhi stanchi con le palpebre gonfie vengono distese a meraviglia e levigate da un impacco a base di acqua di fiori d’arancio.

Tratto da Il fastoso Marocco, Rita El Khayat

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