Hammam: il bagno turco

I turchi moderni considerano gli hammam un’abitudine d’altri tempi, una cosa che andava bene per i nostri nonni. La Turchia si è modernizzata sotto la fantastica guida di Atatürk. Ora tutti hanno i servizi igienici all’interno delle loro case, per cui la gente non ha più bisogno di andare in un bagno pubblico. Tuttavia alcune persone ci vanno ancora perché amano il rituale, l’aspetto comunitario della cosa.

Furono i romani che inventarono l’ipocausto, un impianto di riscaldamento sotterraneo: il calore che usciva dal locale delle caldaie poteva circolare e riscaldare tutto il pavimento.

A Istanbul, a poca distanza (dieci minuti a piedi) dalla zona di Aya Sofya, della Moschea Blu, del palazzo di Topkapi, dell’enorme, gocciolante Ade della cisterna romana, dell’antico sito dei bagni di Zeuxippo (romani, II secolo), dell’ippodromo romano, davvero solo a dieci minuti da tutte queste ricchezze romane, bizantine e ottomane, ci sono gli ultimi due grandi monumenti all’hammam ottomano, Çemberlitaş e Cağaloğlu. Sono questi gli hammam in cui di solito finiscono i turisti stranieri dopo una giornata di visita alla vecchia Istanbul e prima di imbarcarsi per la crociera serale lungo il Bosforo in compagnia delle danzatrici del ventre. I due grandiosi hammam hanno un che di kitsch, di eccessivamente turistico, ma se volete vedere un bagno turco autentico, di epoca imperiale, ancora funzionante, i posti da visitare a Istanbul sono questi. Lungo la Divan Yolu si svolta a destra in Vezirhan Caddesi, ed eccolo lì, al numero 8: l’hammam Çemberlitaş.

A segnalarlo, una semplice insegna al neon. La facciata del Çemberlitaş non era grandiosa come quella di una moschea, con la sua serie di cupole su livelli diversi e una parata di minareti. Gli hammam, infatti, vengono sempre descritti come “costruzioni introverse”. Guardare un hammam del resto non aveva lo scopo di richiamare alla mente la grandiosità di Allah; piuttosto, entrarci significava obbedire al volere di Allah tramite le abluzioni di rito. L’hammam prevedeva sempre la stessa successione di stanze, per gli architetti la sfida era di conciliare la tradizionale progressione di camere via via sempre più calde con le caratteristiche oggettive del luogo. Di regola, comunque, la sezione maschile e quella femminile correvano in parallelo, così da poter usare un unico impianto di riscaldamento per entrambe.

L’hammam Çemberlitaş, uno dei più antichi di Istanbul, è uno dei dieci ancora funzionanti. Fu costruito per volontà della potente madre di Murat III. Si chiamava Nur Banu e incaricò Mimar Sinan di disegnare questo bagno. Mimar Sinan è uno dei più famosi architetti ottomani. E’ morto a 97 anni e non per cause naturali. Era l’architetto dell’impero ottomano durante il regno di Solimano il Magnifico, in Turchia conosciuto come Solimano il Legislatore. Sinan ha progettato o curato la supervisione dei progetti di più di milleduecento edifici, tra cui 32 hammam. L’hammam Çemberlitaş è stato costruito nel 1584, quando Sinan stava per morire; ha più di 400 anni quindi. Diciotto generazioni di turchi e almeno due di stranieri erano passate tra queste mura, in cerca di acqua, pettegolezzi, ringiovanimento, di un pomeriggio senza velo, di abluzioni rituali, di una moglie per il proprio figlio, di vapore, di calore e, più di recente, di un monumento storico vivente.

Da questo hammam sono passati molti sultani. Il sultano faceva di tutto per assicurarsi che i suoi consiglieri frequentassero assiduamente i proprietari degli hammam, perché i rivoluzionari cospiravano negli hammam. Si incontravano vicino ai kurna, facevano scorrere l’acqua al massimo e poi progettavano di conquistare il palazzo Topkapi o il Serraglio. Almeno così dice la leggenda. I proprietari dei bagni venivano perciò costretti a osservare l’andirivieni di personaggi sospetti. Anche ai giorni nostri, i turchi che si aggirano nel kamekân del Çemberlitaş hanno un’aria sospetta, ma è molto probabile che stiano discutendo di un nuovo modello di telefonino della Turkcell o di un nightclub di tendenza a Tünel, e non della presa di Ankara.

Indossando i nostri peştamals, e trascinandoci nei nalin, infradito di legno da hammam, apriamo la porta di legno deformata dal caldo che porta al sicaklik e veniamo investiti da un’ondata di aria umida. Ci si sente come se si entrasse in una nuvola tropicale sopra Barbados. Cupole su cupole e tonnellate di marmo creano un effetto acustico pazzesco. La sala rimanda ancora l’eco di grida, fischi, risate e spruzzi d’acqua. Chiunque entrasse per la prima volta rimarrebbe abbagliato, sopraffatto: tutti i cinque sensi insieme lottano per affermarsi in mezzo a quel caos di sensazioni. Tutt’intorno alla stanza centrale di forma ottagonale si aprono piccole aree per il lavaggio individuale, halvets, e i catini si chiamano kurnas. Cent’anni fa i rubinetti erano d’argento e di ottone, ma poi hanno rubato tutto, e ora usano materiali molto comuni. Alle sette di sera è l’ora di punta. Il göbektaşi, ovvero l’ombelico di pietra, è un immenso cratere ottagonale rivestito da lastre di marmo (da Marmora) incastrate tra loro; questo si trova sempre nel centro del sicaklik e giace direttamente sopra la caldaia dell’hammam, perciò è il punto più caldo, il luogo in cui un paio di spalle tese e stressate si rilassano in preparazione di uno scrub.

Il tempo in un hammam viene destrutturato. Essere fisicamente nudi trasferisce subito in uno stato di nudità anche emotiva, che fa abbandonare tutto il superfluo.

Il profondo catino di marmo del kurna trabocca d’acqua tiepida, creando un ruscelletto ininterrotto che scorre sul pavimento di marmo e finisce in un canalino di scolo ai bordi della stanza. Guardando dentro il kurna ci si accorge della lieve sfumatura verdastra creata dalla venatura del marmo e dalla profondità dell’acqua che scorre. Un tempo, quando l’acqua veniva estratta dai pozzi secchio dopo secchio, tutto questo doveva dare un senso di grande ricchezza e lusso, che a dire il vero si avverte ancora oggi.

Troviamo una pila di ciotole di plastica rosa e azzurre, dette hamam tasi, che un centinaio di anni fa sarebbero state scolpite a mano, forse tempestate di pietre preziose, e realizzate in materiali nobili quale l’argento, l’oro o il bronzo. Qui nell’hammam, ogni cliente è parte integrante del sistema. Tutti gli oggetti, l’arredamento, le mattonelle, possono essere toccati, usati, apprezzati. Il göbektaşi è un altare a cui ci si può avvicinare senza difficoltà.

Guardando in alto, verso la grande cupola, decorata con una costellazione di piccoli lucernari che si chiamano faunuses, si osservano fasci di luce azzurrina che illuminano la stanza, tagliando il vapore del sicaklik secondo angoli irregolari.

Un tempo esistevano hammam di quartiere a Istanbul, come narra Irfan Organ in “Ritratto di una famiglia turca”:

“Ogni tanto, più o meno una volta alla settimana, mia nonna cambiava radicalmente umore, e quando questo succedeva si precipitava all’hammam. Gli hammam erano luoghi in cui fare pettegolezzi e commentare piccoli scandali: un’estrema forma di snobismo al contrario, una buona scusa per ogni donna del quartiere per passare una giornata fuori casa. Nessuno si sarebbe sognato di fare il bagno in meno di sette, otto ore. Le ragazze più giovani andavano a mostrare il loro corpo bianco e rosa alle più vecchie. Di solito le donne con figli in età da prendere moglie osservavano quelle ragazze per poi raccontare ai figli i dettagli riguardanti il corpo nudo di Tizia o Caia. Spesso in questo modo si combinavano matrimoni, ma non sappiamo se poi avessero successo.”

Atarük ha modernizzato la Turchia: basta con i veli, basta con i fez, per la prima volta tutti hanno un cognome, l’alfabeto romano sostituisce quello arabo, si sviluppa il sistema fognario. I turchi sono fieri di essere moderni e così gli hammam non rappresentano altro che il ricordo della vita com’era prima della modernizzazione, prima della stabilità, prima di Atarük. Oggi la gente pensa: perché andare all’hammam se in casa ho una bella vasca da bagno o la doccia? Si dimenticano della storia e del significato che aveva il bagno collettivo.

Tratto da Cattedrali del corpo, Alexia Brue.

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