Paura dal cielo

Da sempre gli uomini hanno guardato al cielo come alla patria degli dei che manifestavano il loro umore attraverso i fenomeni atmosferici: così, nel passato più lontano, i naturali effetti celesti divennero la voce e l’ira di Dio. E se da una parte gli episodi distruttivi determinati dalla caduta di meteoriti potevano essere considerati l’effetto della punizione divina, altri venivano invece interpretati segni premonitori di futuri cataclismi. Tra questi, il più diffuso era quello costituito dalle comete, stelle che svolgevano appunto il ruolo di “annunciatrici” del sopraggiungere di un tempo nuovo che la tradizione popolare ha sempre interpretato come preludio di imminenti sventure. Sono così sorte paure ingiustificate e superstizioni che hanno dato inizio a credenze ancora oggi diffuse.

Secondo Diogene, le comete sarebbero apparse in concomitanza all’assunzione in cielo delle anime dei grandi personaggi: una consuetudine interpretativa che pare abbia mantenuto salde le proprie prerogative dall’età di Alessandro Magno (356-323 a.C.) e di Giulio Cesare (100-44 d.C.) fino all’apogeo napoleonico, posto in relazione al passaggio della cometa del 1811. Una testimonianza del modo in cui nel passato erano considerate queste stelle è rintracciabile chiaramente nelle parole dello storico Nicete (1182): “Una cometa è apparsa nel cielo, simile a un serpente luminoso, ora si ripiegava su se stessa ora, con grande spavento degli spettatori, appariva una vasta gola; si sarebbe detto che, avida di sangue umano, fosse sul punto di saziarsene.”

Un identico atteggiamento è presente in una testimonianza del 1528, in cui il corpo celeste è descritto come una manifestazione “terribile, così spaventosa, da generare grandissimo terrore al volgo, tanto che alcuni morirono e altri si ammalarono. Questa cometa era color sangue; alla sua sommità si distingueva un braccio curvo che teneva una grande spada come se avesse voluto colpire. All’estremità della punta c’erano tre stelle. Ai lati dei raggi di questa cometa, si vedeva un gran numero di asce, di coltelli, spade colorate di sangue tra le quali c’erano molte orride facce umane con le barbe e i capelli irti”.

Tratto da Città, luoghi e continenti scomparsi, Massimo Centini.

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