Corpi a Londra

Corpi a Londra. Sotto mano mentre scrivo ho due cartoline-tipo, di quelle che si mandano per l’appunto “da Londra”. Una raffigura tre tipici gentiluomini della City, tre corvi neri con bombetta e ombrello diretti al luogo degli “affari”; l’altra, una ragazza a spasso per Carnaby Street con una maliziosa minigonna a scoprire le lunghe gambe. A prima vista, sembrerebbero due estremi contrapposti: il corpo coperto e nascosto della tradizione da una parte, il corpo esibito e affermato della trasgressione dall’altra. In realtà, mi sembrano piuttosto le immagini speculari di un medesimo rapporto difficile e sofferto con la fisicità, con la corporeità.

Facciamo un passo indietro. In un testo famoso (L’opera di Rabelais e la cultura popolare, del 1965), Michail Bachtin ha mostrato come, attraverso tutto il Medioevo e il Rinascimento, nella totalità delle espressioni artistiche, si assistesse a una vera e propria lotta; fra un “alto” che tendeva a reprimere e rimuovere tutto ciò che aveva a che fare con il corpo e le sue manifestazioni, e un “basso” che quel corpo faceva di continuo riaffiorare gioiosamente (il Carnevale la prova della complessità di questa lotta). Da parte sua, in un altro testo famoso, L’antirinascimento (1989), Eugenio Battisti ha descritto come questa lotta continuasse ben dentro l’epoca della ragione e della prospettiva, dell’equilibrio e della scienza, disegnando un territorio vasto e complesso fatto di grottesco, di magico, di irrazionale.

In effetti, se andiamo a rileggerci I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, le opere di Shakespeare e di Marlowe, la Bartholomew Fair di Ben Jonson, ci accorgiamo di come sia costante la presenza del corpo: prorompente, spesso volgare, tripudiante nelle sue manifestazioni. Per esempio, il libretto di presentazione del Geoffrey Museum ricorda che nella benestante casa seicentesca non era raro trovare il massiccio letto con baldacchino in posizione centrale nel salotto. E proprio il Geoffrey Museum offre un’altra prova suggestiva di questo rapporto con il corpo che attraverso i secoli tende a farsi sempre più problematico: ho davanti a me le tre schede acquistate al museo, con gli spaccati assonometrici di case tipo del ‘600, ‘700 e ‘800, e ho scoperto un piccolo dettaglio divertente, forse involontario, ma a mio parere significativo. Nella scheda relativa al ‘600, in basso a destra, sul retro della casa e dentro al back yard, è riprodotta una privy, una latrina, completa di porta spalancata e di omino seduto con i pantaloni abbassati intorno alle caviglie: un tocco di sapida corporeità. In quella dedicata al ‘700, la privy esiste ancora, ma la porta è giudiziosamente sbarrata: certe cose sono precluse alla vista. Infine, in quella dedicata alla casa vittoriana, il bagno è sì in mostra, con tutti i suoi “moderni” ritrovati: ma è deserto, non si vede alcun corpo.

Ripeto: non so quanto ciò sia voluto e quanto invece sia casuale. Certo, fa pensare. Fa pensare alla storia più celebre scritta da Robert Louis Stevenson: al fatto che il corpo animalesco, puro istinto e pulsioni incontrollabili, altro da sé rispetto alla razionalità e distinzione dello scienziato Jeckyll, abbia nome Hyde, nascondere. E fa pensare alla storia più celebre scritta da H.G.Wells: a quell’”uomo invisibile” che si aggira in una Londra innevata, su e giù per Oxford Street e poi via dalla pazza folla metropolitana, in una fuga senza speranza, fino a tornar visibile solo nel momento della morte.

 

Tratto da Londra, Mario Maffi.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...