Viaggio a Londra in metropolitana

Partiamo insieme dalla stazione che è contemporaneamente la più antica e la più recente: Euston Station. A guardarla, così anonima, essenziale, funzionale, un complesso basso e lungo di diciotto banchine, non si direbbe che abbia una storia e un passato. Il fatto è che, quando venne inaugurata nel 1968, la stazione prendeva il posto di quella costruita nel 1837: due piattaforme lunghe poco più di un centinaio di metri, una per i treni in arrivo e una per quelli in partenza, nel mezzo di “una scena tranquilla di giardini e vivai”. Non era semplice arrivare e partire: subito fuori si levavano infatti le colline di Camden Town;  così i treni in partenza andavano trainati per lungo tratto da cavi robusti operati da due centrali a vapore con alti camini, mentre dai treni in arrivo si staccavano le locomotive e i vagoni giungevano in stazione in ragione del loro peso e della pendenza, controllati da squadre di bankriders, di frenatori.

Ma poi, ecco la stazione…qualcosa di fantasmagorico, l’”ottava meraviglia del mondo”! Immaginate un enorme spazio aperto e nel mezzo, opera di Philip Hardwick, un tempio d’oro che si innalzava per più di venti metri, con un ampio frontone e quattro robuste colonne alte più di qualunque altro edificio allora esistente a Londra, e ai lati due costruzioni più basse, pure in stile classico, e in seguito due grandi alberghi che inauguravano la tradizione (affascinante e anche un po’ misteriosa) degli “alberghi di stazione”. Un ingresso monumentale, insomma, che rinnovava nella sontuosa magnificenza della Great Hall, la sala d’attesa in stile classicheggiante, con soffitto a cassettoni alto una quindicina di metri, una sfarzosa doppia scalinata, gallerie tutt’intorno, decorazioni, statue in marmo; un trionfo (di dubbio gusto, in verità!) in Greek Revival: che contrastava con l’essenzialità dei binari e delle pensiline, ma era in pieno accordo con l’intento celebrativo della prima stazione londinese (e si proponeva anche di dialogare con la St.Pancras New Church, costruita quasi di fronte una quindicina di anni prima dai fratelli Inwood: sul modello dell’Eretteo!).

Nel 1838, Paddington Station era invece una semplice struttura in legno. Ma nel 1854 venne sostituita da una tripla arcata in vetro e ferro sostenuta da pilastri in ghisa, con decorazioni in ferro battuto, disegnata da uno dei grandi architetti della rivoluzione industriale, Isambard Brunel: che a sua volta si ispirò al Crystal Palace costruito dall’altro grande nome dell’epoca, Joseph Paxton. Di fianco, ecco il Great Western Hotel, cinque piani di blocco centrale, due torri gemelle e l’iscrizione che recita: “Pace, Abbondanza, Industria e Scienza” (nel 1842, al termine del loro primo viaggio in treno da Slough, 17 miglia in 23 minuti, scesero a Paddington la regina Vittoria e il principe Alberto e il commento di quest’ultimo pare sia stato: “Non così in fretta la prossima volta!”).

La Waterloo Station ebbe invece vita travagliata e complessa: perché nacque nel 1848 come “stazione di transito”, venne spostata più all’interno con edifici inizialmente “provvisori”, poi fu modificata a più riprese fino a diventare “la più assurda stazione di Londra”, un insieme caotico e disorganizzato di banchine e pensiline che sopportavano a fine secolo un traffico di 700 treni al giorno. A partire dal 1900, fu ridisegnata e ricostruita (resta oggi solo la copertura dei binari 18-21) e inaugurata nel 1922: ventun banchine innestate in una splendida mezzaluna in calda muratura rivolta a ovest e servite da un atrio alto una quarantina di metri e lungo circa trecento, e una solenne facciata che circonda il personale caduto durante la prima guerra mondiale. All’interno resta una delle più belle: con una trama leggerissima, quasi una ragnatela sospesa in alto di archi e modanature, a metà fra la cattedrale e uno scenario onirico.

King’s Cross invece quando venne inaugurata nel 1852 era la più grande, con i due corpi gemelli affiancati, la semplicissima facciata in mattoni, la torre centrale con l’orologio fabbricato per la grande esposizione del 1851 e sul lato curvo a ovest il Great Northern Hotel; e, nel bene e nel male, non è cambiata da allora: se non nella zona intorno, che si è fatta una delle più squallide e seedy della città.

Mentre la Victoria Station, la “stazione per il continente” (1862), è in realtà due stazioni in una: nota per accogliere la prima ferrovia che superasse il Tamigi, frutto di un accordo difficile, più volte negoziato, fra due diverse compagnie ferroviarie, due ingressi separati, due identità coabitanti anche dopo la ristrutturazione del 1908 (albergo compreso) e la fusione del 1923 nell’unica compagnia della Southern Railway. Così capite il perché di quella strana bipartizione, due universi convulsi e in mezzo una soglia che si continua a varcare…

Invece, in uno degli incroci cittadini di maggiore vivacità e interesse (“è a Charing Cross che si coglie la vera alta marea dell’esistenza umana”, dottor Johnson dixit), al posto dell’antico Hungerford Market, fu inaugurata nel 1864 la Charing Cross Station, un’unica arcata sopra sei binari, trenta metri di altezza, quaranta di luce, con a fianco il Playhouse Theatre e il Charing Cross Hotel (il primo ad avere una facciata in pietra artificiale, con una sala da pranzo considerata la più ricca e raffinata di tutta Londra). Oggi, in tono con il diffuso (e equivoco) trionfalismo architettonico, l’hanno complicata con un “centro commerciale” e un complesso d’uffici: a forma di transatlantico…

Ma siamo arrivati alle due stazioni forse più significative. St. Pancras nacque nel 1867: molte devastazioni di quartieri popolari (Agar Town), problemi per la presenza del Regent’s Canal (si dovettero innalzare le banchine di una decina di metri sul piano stradale per far passare i treni sopra il canale). Ma il risultato finale fu uno dei trionfi dell’ingegneria civile vittoriana: un’arcata alta trenta metri all’apice con una luce di una settantina e una lunghezza di circa duecento, e ancor oggi la capacità di farci tornare rapidamente indietro nel tempo. E poi, soprattutto: ricordate quel film delizioso che è La signora omicidi (1955) con Alec Guinness e Peter Sellers? Bene, ricorderete anche che più volte sullo sfondo compare proprio la St. Pancras Station…Sì, quell’incredibile costruzione rossiccia a guglie, pinnacoli, torri, abbaini, una mossa facciata concava animata da mille occhi-finestre, alti portali, la torre dell’orologio di una settantina di metri, la torre occidentale poco meno, con trifore d’ogni forma e dimensione, scale e scalinate: uno stile che le guide chiamano Red brick gingerbread Gothic (gotico pan di zenzero in mattoni rossi…). Bellissimo, specie la sera, in un tramonto contro il cielo londinese traversato da nubi. In realtà, si tratta non della stazione, ma dell’albergo: il Midland Grand Hotel, costruito da George Gilbert Scott nel 1872, letteralmente ad avviluppare la stazione: 250 camere, una splendida sala da pranzo lunga e ricurva, una scalinata solenne, e dal 1890 la prima “sala per fumatrici” di Londra. Secondo George Augustus Sala, “l’albergo più sontuoso e meglio gestito di tutto l’impero”. Fino al 1935, quando venne chiuso. In seguito, per qualche tempo, fu trasformato in uffici; e oggi è di nuovo inutilizzato.

La Liverpool Street Station venne inaugurata invece nel 1874 e ampliata nel 1891: altro gotico rosso mattone, con binari sotto il livello della strada, forse la più trafficata: secondo il poeta John Betjeman, “la più pittoresca e interessante delle stazioni di Londra”. Certo, una delle più simili a una cattedrale, l’atrio come un’unica navata spaziosa, chiusa alle due estremità da facciate in solida muratura, con tre alti archi che racchiudono ciascuno vetrate a trifora, il colmo ad angolo acuto sottolineato da cinque finestre oblunghe, il gioco delle cordonature su in alto, i pilastri e le balconate intorno, e tantissima luce e l’arcobaleno sottile, aereo, degli ornamenti in ghisa e ferro battuto…

Non c’è dubbio: le stazioni di Londra sono luoghi intensi di partenze e arrivi, convulsi e frenetici, ma sono anche luoghi in cui fermare il tempo e guardarlo passare insieme ai viaggiatori che vanno di fretta e alle atmosfere del giorno che mutano. Forse per questo il protagonista del romanzo di John Wain Un cielo più piccolo (1971) aveva deciso di lasciare la famiglia nei sobborghi rispettabili e di andare ad abitare al Great Western Hotel della stazione di Paddington, trascorrendo sereno le sue giornate tra la folla, osservandola e studiandola, lasciandosi trasportare dai suoi flussi ininterrotti, passando dalle biglietterie alle barriere, dal ristorante al deposito bagagli, dalle sale d’aspetto alle pensiline. E forse per questo il regista John Schlesinger aveva dedicato uno dei suoi primi cortometraggi (Terminus, 1961, poco più di mezz’ora) alla stazione di Waterloo, colta nei suoi momenti salienti nell’arco delle ventiquattr’ore, con le microstorie che è possibile scoprire negli interstizi del luogo e del tempo, fino alla (momentanea) quiete notturna.

Certo, anche le stazioni sono cambiate a Londra. Trasformate al punto da essere irriconoscibili, sono diventate dei souk. Eppure il loro fascino continua, è difficile resistervi. Certo, non si arriva quasi più a Victoria Station e nemmeno se ne parte: gli aeroporti hanno avuto il sopravvento e così non si gode più la vista della splendida, imponente centrale elettrica di Battersea che annuncia la città o vi saluta mentre la lasciate. E tuttavia qualche piccola rivincita le stazioni se la stanno prendendo: perché sono sempre più numerosi gli aeroporti collegati a qualche terminal ferroviario. D’accordo, non è la stessa cosa di un autentico arrivo, è solo una specie di surrogato. Ma è bello comunque giungere a Londra in treno: attraverso l’intensa campagna inglese e i paesi raccolti intorno a un fiume e i suburbs con le casette a schiera e i backyards con i fiori e il capanno degli attrezzi e nel cuore del villaggio i grandi prati in comune e poi le periferie affollate e i primi scorci urbani di mattoni anneriti e ponti e viadotti come in un disegno di Doré e infine i segnali inequivocabili, quasi fisici  e tangibili al di là del finestrino, dell’avvicinarsi della metropoli.

E poi, se a Londra è bello arrivare, è anche bello partirne. Scriveva Henry James: “Naturalmente, è troppo dire che tutto il piacere di vivere a Londra proviene dal viverci, giacché non è un paradosso che buona parte consiste nell’andarsene via”. E aveva ragione. Perché, implicita nella partenza, c’è sempre una sorta di sfida: un darsi appuntamento nella convinzione che prima o poi, non importa quanto tempo passi, non importa quanto si cambi (e Londra stessa cambi), si finisce sempre per ritrovarla: il cielo attraversato dalle nubi, le acque del Tamigi, le strade e le piazze e le loro storie, la persistenza, la circolarità. Partire da Londra implica il tornarci.

We’ll meet again

Don’t know where, don’t know when

But I know we’ll meet again

Some sunny day.

Tratto da Londra, Mario Maffi.

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