Un’Africa senza fiori?

In Africa occidentale ho assistito a molte cerimonie e ho visto cibo, crudo e cotto, venire offerto in innumerevoli sacrari, ma mai fiori. E neppure si vedono fiori coltivati intorno alle case, tanto meno nei prati. Mi è successo solo una volta, in un contesto tradizionale, nella città di Damongo in Gonja, di trovare un rampicante con un fiore blu che cresceva nel cortile di un mercante musulmano che aveva viaggiato molto. L’Islam ha certamente la sua cultura dei fiori, anche in Africa orientale.

 

 

Gli Swahili di Lamu, una zona costiera dell’Africa orientale, coltivano rose rosse e gelsomini, la loro cultura però ha subito una forte influenza islamica, indiana e indonesiana. Questo popolo crea composizioni di petali di rose Bourbon accostate a gelsomini su una base di foglie di basilico. Questi mazzi sono portati dalle donne tra i capelli e appuntati sul petto o vengono tenuti sotto i cuscini. A Lamu, in tutte le case con giardino si coltivano erbe aromatiche, incluso il basilico, mentre i petali di rosa e di gelsomino provengono da produttori specializzati che li coltivano entrambi in campicelli familiari e nelle piccole fattorie fuori città che sono principalmente coltivate a palme da cocco.

Si coltivano rose Bourbon anche nel nord del Madagascar e a Réunion, dove un tempo esse crescevano selvatiche. In questa zona prevalentemente islamica, si trova l’isola francofila di Mayotte, che fa parte delle Camore, dove moderne colture includono il Ylang-Yalang (Cananga odorata) i cui fiori producono un olio usato come stabilizzante dall’industria profumiera francese. Nei villaggi che parlano malgascio, l’acqua profumata (marashi) è un’offerta importante nei culti mistici; il termine swahili significa “acqua di rose profumo in generale”. L’odore ha un ruolo centrale in molti riti e le preghiere vengono generalmente recitate su un piatto di incenso che brucia. I profumi (haruf) annoverano non solo l’acqua di colonia e i limoni, ma anche alcuni fiori e alcune spezie. Malgrado i fiori essiccati che le donne portano sul capo, si dice che i fiori “vengono scelti per il loro profumo e non per il colore o la forma”.

L’acqua di rose (marashi), che si trova diffusamente in Arabia e in India, è anche usata a Lamu sia per attirare gli spiriti affinché si impossessino di una persona, sia per aspergerla sulla sposa il giorno delle nozze quando è truccata con cosmetici molto pesanti. Le influenze asiatiche sono evidenti, non solo nella provenienza delle colture stesse, il gelsomino dall’India, le rose dalla Cina, ma nell’uso dell’incenso, del profumo e di altri prodotti estetici, mentre il legno di aloe e altre sostanze vengono bruciati per dare piacere agli spiriti. Anche alcuni popoli non islamici dell’Africa orientale sono stati probabilmente raggiunti da queste usanze: quando le ragazze nubili Lugbara vanno a ballare si infilano tra i capelli fiori esotici, frangipani o fiori scarlatti del flamboyant.

Ma in genere i popoli africani non coltivano fiori domestici e neppure usano fiori selvatici in misura consistente nel culto, offrendoli in dono o servendosene per decorare il corpo. Questo è comprensibile, poiché si offre agli dei il meglio di quanto si offre agli uomini: il pane.

Tanto è vero parlare di mancanza di interesse per i fiori in Africa, tanto è sorprendente la relativa mancanza di fiori selvatici nella foresta tropicale vera e propria. Nel nord del Ghana, l’albero del flamboyant (Poinciana reale) con la sua massa di fiori color rosso acceso spicca nel mare di verde, ma come molti altri alberi della savana (quali il mango, il teak e il neem) pare sia stato introdotto dai colonialisti europei. Anche nella savana i fiori sono pochi e radi, in realtà gli unici fiori spettacolari sono alcuni grandi gigli bianchi e viola che durano per un brevissimo periodo nella stagione delle piogge.

L’assenza di fiori in Africa occidentale è rafforzata dalla scarsa attenzione rivolta ai profumi, o al profumo in generale, e probabilmente dalla limitata terminologia che esiste per indicare i colori. Non conosco nessun uso indigeno di profumi, sia nel rituale, sia nel mito o anche per l’ornamento del corpo. Oggigiorno alcuni profumi vengono importati dalle nazioni africane; si tratta spesso dei più forti, le varietà indiane, molto usate nelle zone che hanno subito l’influenza islamica.

Come a proposito del profumo e del senso dell’odorato, è fuori questione che gli africani non siano in grado di riconoscere i colori, e il loro uso è limitato nella gamma; nella tessitura le principali tinte conosciute nell’Africa occidentale sono l’indaco, blu, nero, e il rosso o piuttosto il marrone rossiccio.

Tratto da La cultura dei fiori, Goody.

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