Antico Egitto, terra di fiori e profumi

Al pari della Mesopotamia, l’Egitto era una regione di sole, terra fertile e giardini ben irrigati, che produceva fichi, viti, melograni e sicomori; in mezzo al giardino c’era spesso un chiosco per riposarsi. Sotto il Nuovo Regno, che inizia intorno al 1570 a.C., la città di Tebe, nei pressi dell’odierna Luxor, fu ricostruita come capitale della XVIII dinastia.

La decorazione delle tombe incluse molti modelli e rappresentazioni di giardini. Un’immagine mostra un giardino regio circondato da un “muro merlato con un canale d’acqua che passa davanti a esso, collegato con il fiume. Tra il canale e il muro…c’è un viale ombroso composto da vari alberi”. In fondo un cancello si apriva su una vigna e all’esterno del suo muro erano piantate delle palme; “quattro cisterne d’acqua, contigue a un prato erboso, dove si tenevano le oche, e si incoraggiava il delicato fiore del loto a crescere, provvedevano all’irrigazione del terreno; piccoli chioschi, o case estive ombreggiate da alberi, stavano vicino all’acqua che fiancheggiava aiuole di fiori”. Come il loto rosa indiano(Nelumbo nucifera), che vi fu introdotto durante il periodo persiano (525-332 a.C.), il loto egiziano o ninfea aveva forti connotazioni religiose e le varietà bianca e blu erano normalmente usate nelle offerte agli dei e anche per adornare le persone.

I giardini stessi talvolta circondavano le tombe quando queste erano situate vicino all’acqua, ma più spesso essi si trovavano vicino a templi destinati a scopi regali, divini o funerari. Erano irrigati con acqua attinta per mezzo del shaduf o trave sospesa, che sfruttava il principio della leva. Forse, sotto l’influenza mesopotamica, furono introdotti alberi odorosi provenienti dal territorio di Punt, cioè dall’Etiopia meridionale. Successivamente, nei giardini interni, uccelli con le ali tarpate partecipavano alla variopinta esposizione, aggiungendo suoni armoniosi a dolci profumi e delicati colori, su uno sfondo di fresca acqua fornita da ingegnosi macchinari. Durante il Nuovo Regno, la XVIII dinastia sconfisse gli Hyksos invasori ed estese l’impero. Il bottino della spedizione marittima della regina Hatshepsut nel sud comprendeva anche più di 30 arbusti profumati, trasportati in panieri, che furono piantati a Tebe. Si creò un giardino botanico, che conteneva piante e alberi locali e anche specie esotiche provenienti da lontano. Come in Mesopotamia, gran parte dell’interesse sembra che inizialmente andasse alle sostanze aromatiche, ai profumi e agli unguenti; si sono trovati vasi intagliati per contenerli che datano a partire dal IV millennio a.C. Tutto ciò faceva parte di una cultura cosmetica, una cultura della “toilette”, che usava bistro, henna, specchi e bagni; la bellezza personale e l’attrazione che esercitavano sugli uomini. Il profumo era una componente importante della cultura della “toilette” e questa tipica caratteristica dei fiori poteva venire conservata, anche se per farli durare era necessario essiccarli.

Dopo Hatshepsut anche altri sovrani egizi si interessarono all’orticoltura. Il suo co-reggente e successore, Thutmosis III (1504-1450), estese l’impero in Asia e riportò in patria flora e fauna, ritratte nel solenne vestibolo di Karnak, vicino a Tebe. Non era solo dal sud che venivano introdotte nuove piante, sebbene fosse da lì che provenivano le piante aromatiche; l’alloro, il tiglio e molte altre giunsero dalle regioni più temperate sull’altra sponda del Mediterraneo. Secondo il Papiro di Harris, circa due secoli e mezzo dopo, Ramsete III realizzò “grandi vigne, sentieri ombreggiati da ogni sorta di alberi carichi dei loro frutti, un cammino sacro lussureggiante di fiori provenienti da tutti i paesi”. Molto prima che l’Europa si trovasse ad affrontare un problema simile nel periodo della sua espansione, troviamo la coltivazione e quindi la classificazione di piante che esulano in molti casi dal repertorio locale. Il superamento della classificazione popolare locale e la messa a punto di uno schema generale non fu un processo in cui ci si imbatté per la prima volta al tempo di Aristotele, tanto meno durante il Rinascimento e l’espansione europea; l’intenzionale introduzione di piante, inclusi i fiori coltivati, era una caratteristica da tempo consolidata della società eurasiatica. Lo stesso dicasi per il commercio delle spezie e delle sostanze aromatiche, cioè i prodotti essiccati piuttosto che freschi. I medici egizi conoscevano nella loro farmacopea circa 700 ingredienti, in gran parte vegetali e la loro conoscenza delle piante si estendeva a quella dei paesi vicini, Siria, Africa orientale, Arabia e anche India, che servirono come modello per i successivi studi dei Greci e degli Arabi. Agevolata dall’uso di annotazioni scritte, la raccolta di piante esotiche comportò una rottura con i limiti della classificazione locale e significò stabilire un più ampio sistema di conoscenza botanica che fu il precursore dei successivi “schemi” scientifici del Rinascimento.

Sembra che all’inizio i giardini egizi fossero destinati più ad alberi da frutto e ornamentali che ai fiori, dato che erano soprattutto parchi e frutteti. Nell’Egitto dei faraoni esistevano pochi fiori coltivati oltre al loto e ad alcuni cespugli fioriferi quali la Sesbania aegyptica e l’henna. Ma questi pochi erano diffusi ovunque. Solo con il Nuovo Regno (1570-1085 a.C. circa) troviamo una prova certa della coltivazione di una più ampia gamma di fiori; Ramsete III scrive di giardini che egli ha offerto al dio di Eliopoli, con i loro laghetti pieni di loti e giunchi, e “con fiori dolci e fragranti provenienti da ogni paese”.

I pittori egizi di giardini sono più formali e meno realistici dei successivi pittori romani, cosicché le loro testimonianze sulle varietà di fiori sono di più difficile interpretazione. Mentre si offre una visuale, per così dire, dall’alto, le piante sono ritratte una per una di profilo, un po’ come in un tappeto persiano. In questi dipinti tuttavia sono stati identificati non solo il loto, ma anche il fiordaliso, il papavero, l’anemone e il crisantemo, probabilmente il crisantemo Coronarium. Inoltre, resti di ghirlande e collari fatti di fiori sono stati trovati in tombe come quella di Tutankamen, (deceduto nel 1327 a.C.) e vi sono inclusi il loto, il fiordaliso, la Cotula Foetida (erbaccia di maggio), e anche vari frutti. Alcuni di questi possono essere stati raccolti tra la vegetazione spontanea, ma alcuni erano coltivati. Mentre la flora coltivata dell’Egitto aumentò progressivamente con le spedizioni e le conquiste del Nuovo Regno, con le invasioni persiane e infine con le conquiste del Nuovo Regno, con le invasioni persiane e infine con le conquiste di Alessandro, sino al periodo tolemaico mancò un vasto assortimento di fiori da giardino e di cespugli erbacei.

Nei tempi più antichi il loto era il fiore egiziano per eccellenza. E’ rappresentato sin dalla V dinastia (2494-2345 a.C.), era associato con l’’Alto Egitto proprio come il papiro era identificato con il Basso Regno, e gli steli erano mostrati intrecciati a rappresentare l’unione del paese che finalmente si era realizzata durante la I dinastia (3100 a.C. circa). La prima delle maggiori solennità egizie, dedicata a tutti gli dei e le dee, si svolgeva il primo giorno del mese di Toth, mentre il secondo giorno c’era la processione del Grande Loto. Il loto era fondamentale nella mitologia. Una leggenda narra che il dio sole, Ra, era imprigionato in un bocciolo di loto e sommerso nell’oceano dei primordi. Rispondendo al grido “Vieni da me” che proveniva da Toumou, l’inerte sole di “prima dell’inizio del mondo”, emerse con il suo disco raggiante dal fiore che sbocciava, ed è conosciuto come “il dio che nasce dal grande loto”; il disco raggiante rappresentava sia il corpo sia l’anima, a seconda dei diversi teologi. Un’immagine simile si riferiva alla rinascita degli uomini dopo la morte. Nel Libro dei Morti il defunto rinasce da un loto, un’idea che può derivare sia dai culti solari sia dalla visione del loto come un utero da cui nascevano gli uomini.

I fiori erano dunque usati sia nella vita quotidiana che nel culto. Sotto il Nuovo Regno essi venivano raccolti per i ricevimenti. Non appena la cerimonia dell’unzione con preziose essenze era completata, i servi portavano un loto che doveva essere tenuto in mano durante la festa. Agli ospiti venivano poi offerte collane che comprendevano anche elementi floreali, per lo più fiori di loto. Intorno al capo poteva anche essere posta una ghirlanda con appeso un singolo loto che ricadeva sulla fronte: infatti un bocciolo di loto era una componente comune di un copricapo femminile. Durante le feste i partecipanti portavano fiori freschi per sostituire quelli offerti in precedenza o semplicemente perché gli ospiti potessero goderne il profumo. Dei fiori adornavano anche la tavola a un banchetto e generalmente erano usati per addobbare le case, dato che tra i reperti archeologici si possono trovare sia contenitori con aperture tagliate sui bordi, sia vasi e giare di terracotta e vetro. Questi erano appoggiati su una base di legno e probabilmente servivano per contenere fiori recisi. Inoltre alcuni fiori venivano anche appesi intorno ai vasi stessi. Ma il modo in cui essi venivano maggiormente usati era sotto forma di mazzi, corone e ghirlande, intrecciando insieme ninfee bianche e blu, papaveri, margherite e simili fiori selvatici. Altri fiori coltivati e arbusti erano impiegati per le corone funebri: nelle tombe greco-romane di Hawara furono ritrovati il Mimusops Schimpei, che probabilmente venne introdotto in Egitto durante la XXII dinastia, frammenti di ghirlande di olivo risalenti alla XX, ghirlande di fiori d’acacia, forse di quercia e di loto, di sesbania, e corone di foglie di alloro.

Le corone avevano grande importanza non solo dal punto di vista politico, come nel caso delle due corone dell’Alto e del Basso Egitto, modellate con materiali più duraturi, ma altresì come serti di elementi vegetali usati nei riti privati e pubblici. Questi serti erano posti sulle mummie per celebrare una giusta vita, piena d’amore verso gli dei e verso il prossimo. Un uomo, sia vivo che morto, poteva venire scagionato di fronte ai suoi nemici, se recitava su una “corona divina” il rituale della “corona della giustificazione”, accompagnandola con un’offerta di incenso a Osiride. Quando Osiride lo aveva giudicato pronto per entrare nei campi Earu, dove crescevano i duplicati di tutte le piante lì rappresentate, il defunto veniva incoronato con un’apposita coroncina di fiori consistente in foglie e petali fissati su una striscia di foglia di palma. Anche le statue degli dei erano incoronate in modo simile.

Il loto faceva parte delle offerte poste sull’altare, talvolta come fiore singolo, ma spesso in mazzi. Nel periodo tolemaico le varietà di piante coltivate aumentarono: ora troviamo la pèrsea (balanite egiziaca: un albero simile al pero o anche un tipo di loto sacro a Iside) e l’olivo, l’edera proveniente dall’Europa, l’alloro, il mirto, il gelsomino sambac dall’India, il papavero cornuto (Glaucium flavum o Glaucum corniculatum), la violacciocca, la malva, l’epilobio a forma di salice, il Chrysanthemum coronarium, il fiordaliso orientale, l’Erigeron (margherita), il crescione cretese, il convolvo, l’eliotropio nubiano, la maggiorana, la cresta di gallo argentea (Celosia cristata), il giglio della valle, il giaggiolo siberiano e molte altre. Sopra tutte vi era la rosa dai cento petali, che divenne un importantissimo elemento dei giardini egizi, ma fu coltivata solo sotto i Tolemaici (332-330 a.C.). Tutti questi fiori venivano usati per fare mazzi, serti e ghirlande che i Romani ammiravano moltissimo. Si offrivano ghirlande all’esercito dopo i trionfi militari. Nell’uso quotidiano, le donne li infilavano tra i capelli e li appuntavano sul petto, e persino gli uomini indossavano fiori e usavano profumo, anche in guerra. Convinti che la preservazione fisica del corpo fosse condizione di vita eterna, gli Egizi svilupparono l’arte dell’imbalsamazione. Per trattare il defunto, così come per trattare gli dei e i viventi, si servivano di unguenti, incenso e profumi, in parte per creare fragranze in grado di combattere i miasmi della putrefazione, ma soprattutto per compiacere coloro ai quali erano destinati. Il commercio delle spezie e delle sostanze aromatiche, che successivamente fu continuato da Roma, era di importanza fondamentale per il paese.

Impiegato in vari momenti della vita quotidiana, il loto aveva un ruolo importantissimo anche nell’architettura, nella pittura e nella poesia. Durante la XVIII dinastia troviamo coppe a forma di loto, di cui un esemplare in oro è noto come il “loto dell’offerta”, mentre quelli in alabastro erano adoperati per bere. La varietà del loto blu (Nymphea caerulea), era riprodotta in vasi per il culto, che spesso compaiono nei riti funebri; i preziosi calici Tûna si possono probabilmente collegare con Hermopolis, nella scena della storia della creazione dove il dio sole compare su un loro.

Anche il papiro e l’albero della palma erano presenti, nella rappresentazione grafica e soprattutto nell’architettura; le colonne dei templi erano scolpite come fasci di papiro o come palme su cui il loto, spesso tronco, figurava come capitello. Questo fiore aveva già fatto la sua comparsa sulle colonne lignee nella tomba di Ti (2494-2345 circa) a Saqqarah, l’antica Menfi, dove i capitelli rappresentavano un fiore schiuso a mezzo e affiancato da due boccioli tenuti insieme da piccole fascette; uno di questi mazzi composto da due o tre fiori legati insieme assomiglia a quelli tenuti in mano dalle figure sugli affreschi. I capitelli delle colonne in pietra erano all’inizio più semplici, ma poi imitarono il modello ligneo prendendo a prestito motivi del mondo vegetale. Col tempo questo tipo di ornato divenne sempre più elaborato, con i pilastri stessi decorati da ghirlande di foglie o petali. Tutte e tre le piante, il loto, la palma e il papiro erano usate come decorazione per i capitelli, insieme con rosette, palmette, uva e elementi più astratti.

Esiste un aspetto gerarchico nell’uso che gli Egizi facevano dei fiori. E’ chiaramente il ceto più elevato della società a prodursi in stravaganti banchetti, in funerali elaborati e in comportamenti complessi che non riguardano direttamente i più immediati e materiali processi di sostentamento. Tali situazioni generarono un conflitto di mentalità sempre più acuto man mano che i giardini privati, più che negli spazi pubblici, si diffusero quelli giudicati da alcuni fiori “inutili”, a preferenza dei frutti commestibili. I giardini irrigui di palazzi e templi servivano certo a molteplici scopi, ma erano pur sempre manifestazioni di lusso, luoghi di enorme dispendio e ostentazione, sebbene fossero parzialmente nascosti alla popolazione dalla loro cinta muraria. Come tali essi divennero oggetto non tanto di invidia, quanto di estese critiche sociali e di una reazione ostile.

 Tratto da La cultura dei fiori, Goody.

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