Il profumo nella Roma antica

Certo le ghirlande costituivano l’utilizzo principale dei fiori, ma questi potevano anche essere piantati in terra, impiegati a uso alimentare e ancor più medicinale, come Plinio ha ampiamente descritto. Inoltre erano anche un elemento importante nella fabbricazione dei profumi, dove si usavano gli oli essenziali come una base, si coloravano e si adoperava una gomma o resina per ritardarne l’evaporazione. Queste fragranze erano spesso associate in un senso più stretto che non le corone, con località diverse: il profumo di giaggiolo proveniva soprattutto da Corinto, l’essenza di rose da Phaselis, l’olio di zafferano da Soli in Ciclicia, la passiflora e il profumo di henna da Cipro, la maggiorana e i fiori di cotogno da Cos; inoltre c’erano profumi di mandorla e di narciso, e molti altri. Alcuni degli ingredienti per profumi e unguenti (conosciuti come “essenze straniere”) provenivano da ancor più lontano e, insieme con tutto ciò che faceva parte della loro fabbricazione, l’origine lontana li rendeva molto costosi, “la più superflua di tutte le forme di lusso”, adoperata sia da uomini sia da donne per attirare l’attenzione. Come l’incenso, i profumi facevano parte delle offerte, e le aquile e i vessilli dell’esercito erano unti nei giorni di festa, quale incitamento a conquistare il mondo, come disse Plinio. Come le ghirlande poi, i profumi erano, ma non del tutto, collegati al sesso.

L’olio d’oliva era stato a lungo adoperato per le unzioni e in cucina e anche come base per il profumo e gli unguenti, per preservare e adattare l’essenza dei fiori. Questo uso nel mondo antico era una manifestazione di raffinatezza. Dato che gli ingredienti erano in gran part esotici e costosi, il loro uso distingueva i ricchi dai poveri, o almeno alcuni ricchi, i ricchi raffinati. Infatti era anche dato che si fosse facoltosi e insieme contrari a spese stravaganti: si poteva cioè essere puritani alla maniera di Plinio quando scrisse del tentativo di “tingere anche il lino così da adattarlo alla nostra pazza stravaganza negli abiti”. Tali opinioni furono presto fatte proprie dai cristiani e, tra i primi, Tertulliano. In secondo luogo, le abitudini seguivano la moda anche in un altro senso, cioè nel senso che le preferenze cambiavano sempre: come sottolinea Plinio, i profumi erano alla moda o passavano di moda, proprio come cambiavano i luoghi di produzione e i produttori stessi per adattarsi alla moda; cosicché è probabile che sia stato il cambiamento costante ad attirare il fuoco delle critiche come un indizio di mancanza di serietà di intenti.

Più grandi erano le zone e maggiori le energie dedicate alla coltivazione dei fiori, minori erano le aree disponibili per la coltivazione di grano, un fenomeno che ancora una volta alimentò le critiche al lusso. Inviateci il grano, sembra dire Marziale, che noi stessi dovremo coltivare, anche se, in realtà, questo contrasto con un paese straniero riflette divisioni interne.

Lo sviluppo della cultura dei fiori rappresenta un miglioramento del tenore di vita dei ricchi: originariamente intesa come fattore di differenziazione, essa comporta il dirottamento di risorse non illimitate e di energie umane per produrre beni e servizi per una minoranza. Le contraddizioni insite in un consumo riservato a una classe privilegiata in una società in cui così tanti sono poveri diventano particolarmente evidenti quando le abitudini stesse sono introdotte da poco, provengono dall’estero, e dove si è consapevoli che l’uso della terra passa da scopi essenziali ad altri non essenziali, dal funzionale all’estetico. Le lagnanze di Plinio non sono del tutto stravaganti e non sono neppure un esercizio letterario, poiché, come per i giardini stessi, l’uso diffuso di coronae sembra essere stata una recente pratica dell’impero, mentre prima di allora, le corone erano date in premio per azioni di coraggio e potevano essere portate durante le solennità in onore di Flora, ma non ai banchetti e non certamente in pubblico. Il diffondersi del loro uso, con le conquiste in Oriente e con la più libera adozione di modelli ellenistici, era interpretato come segno di prosperità e di civiltà, ma alcuni critici lo consideravano un potenziale contributo alla debolezza dello stato e al suo possibile crollo.

 

Tratto da La cultura dei fiori, Goody.

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