Le anfore da trasporto nel mondo antico

Il termine anfora deriva dal greco αμφορέυς attestato, nel V secolo a.C., nelle Historiae di Erodoto, che significa letteralmente “portare con entrambi” (αμφί-φέρω), cioè “portare con entrambi un vaso a doppio manico”.
Il contenitore, già nella seconda metà del II millennio a.C., è registrato nelle tavolette d’argilla in Lineare B attraverso la parola amphiphoreus, seguita da un ideogramma raffigurante un vaso caratterizzato dal collo stretto, munito di due anse, corpo piriforme e con al centro un segno sillabico esplicativo (fig. 1).

Fig. 1 Ideogramma 209 lin. B Cnosso Cg 701

Nella documentazione materiale per anfora si intende, quindi, un contenitore in ceramica per il trasporto e la conservazione di derrate (vino, olio, conserve di pesce e in minor misura frutta e pinoli), caratterizzato per lo più da un corpo di forma affusolata, munito di due anse, terminante con un puntale.
Nel corso dei secoli subì diverse modifiche, ma la sua forma base rimase costante, poiché era legata alla sua funzionalità.
Le sue pareti erano caratterizzate da un notevole spessore onde evitare danneggiamenti e spaccature. Il collo era di solito ristretto, allungato e terminante con orlo ingrossato per permettere la chiusura ermetica ed evitare la fuoriuscita del contenuto. Il fondo, di forma generalmente a punta, serviva per essere infilato nella sabbia che stava nel fondo della stiva della nave e per essere impilato con altre anfore; inoltre, insieme con le anse, era un punto di presa per il trasporto e lo svuotamento.
La superficie esterna dell’anfora, sovente, era ricoperta da un’ulteriore strato di argilla, molto depurata, chiamato ingobbiatura. Sulla superficie interna, a volte, era plasmata una sostanza nerastra detta impeciatura che serviva per favorire l’impermeabilità delle pareti o per aromatizzare il contenuto.
La sua fabbricazione si realizzava generalmente con la tecnica della tornitura. Dopo aver messo insieme l’argilla si realizzava la pancia e il collo al tornio, mentre le anse erano realizzate a mano (fig. 2).

Fig. 2 Processi di lavorazione delle anfore

 

Il tutto era, poi, assemblato e fatto asciugare in un luogo ventilato o al sole prima della cottura. Quest’ultima, che durava molte ore, avveniva in apposito forno, in genere a doppia camera, ove le anfore erano impilate l’una sull’altra.
I recipienti, una volta riempiti del proprio contenuto, venivano chiusi in svariati modi. La forma più rudimentale di tappo era costituito da pigne verdi pressate nel collo. Dischi di terracotta, modellati o tagliati dalle pareti di anfore rotte ricoperti da uno strato di calce, assicuravano la chiusura delle anfore per l’olio, mentre per le anfore vinarie era caratteristico un tappo di sughero ricoperto da pozzolana. Ulteriore sistema di chiusura, assai efficace, era quello di incastrare un piccolo vaso pieno, detto “anforisco”, all’interno del collo, grazie a delle scanalature e ulteriormente sigillato con pozzolana (fig. 3).

 

Fig. 3 Esempi di tappi per la chiusura di un’anfora

Sovente, sulle anfore venivano prodotti dei segni diversi che ne evidenziavano caratteristiche del contenuto e del contenitore. Essi sono bolli, tituli picti e graffiti.
I bolli o signacula erano marchi di fabbrica, in genere rettangolari o quadrati, stampati dal fabbricante, prima della cottura, principalmente sulle anse, sul collo o sull’orlo. La loro frequenza sui recipienti ci permette di conoscere e la provenienza e il secolo di produzione.
La pratica di bollare le anfore iniziò con una certa assiduità all’incirca nel V secolo a.C. in ambiente greco. Si trattava per lo più di singole lettere, nomi abbreviati o di un simbolo figurato.
Successivamente, tra il IV e II secolo a.C., cominciarono ad essere più dettagliati, menzionando la data e la città di produzione. La data, riferendo l’età del prodotto, ne garantiva la qualità, mentre, l’indicazione della città sottolineava la floridezza del territorio dove veniva prodotta. Quest’ultima poteva essere riportata in lettere o con un simbolo figurato. Sovente, il simbolo, era accompagnato dal nome del fabbricante o del magistrato eponimo in carica nell’anno in cui l’anfora era prodotta.
Un caso esplicativo può essere l’isola egea di Rodi, dove veniva prodotto un rinomato vino passito. Lo stampo sulle sue anfore vinarie, che ne garantiva la qualità del contenuto, era caratterizzato, come per le monete, dal simbolo della rosa.
Nel mondo romano i bolli, iscritti in genere entro cartigli rettangolari, sono caratterizzati dalla presenza di un nome scritto per intero o abbreviato e spesso presentano i tria nomina: il praenomen (prenome), il nomen (il nome gentilizio della famiglia di appartenenza) e il cognomen (cognome).
Un esempio di bollo con tria nomina è L. LENTV P. F, forse riferibile a L. Cornelius P. f. Lentulus Crus che aveva proprietà a Minturno e in Campania. Un caso di bollo con nome abbreviato è SES/SEST riferibile a L. Sestius Albanianus Quirinalis o suo figlio P. Sestius, proprietari di ville nella colonia romana di Cosa (fig. 4).

Fig. 4 Il bollo di Sestius su anfora Dressel 1

 

I tituli picti erano iscrizioni dipinte che, poste generalmente sul collo e sulla pancia, indicavano la merce trasportata, la provenienza, il peso, il numero d’ordine nella stiva della nave e l’eventuale destinatario.
Esempi di iscrizioni dipinte sono quelle che compaiono sulle anfore spagnole per il trasporto di olio, e danno preziose informazioni sul contenitore e sul contenuto (fig. 5).

Fig. 5 Tituli picti su anfora Dressel 20

 

L’iscrizione è in genere su quattro righe: tre sovrapposte dal collo alla pancia e una, in obliquo, sotto l’ansa. Sul collo era indicato il peso del recipiente vuoto (tara), sulla seconda riga il nome del commerciante esportatore (mercator o chi ne fa trasporto), sulla terza il peso del contenuto (peso netto) e, infine, sulla riga in obliquo si trovano differenti informazioni, come il nome di un incaricato alla pesatura (controllo fiscale), il richiamo al peso del contenuto e la data consolare. A quest’ultima poteva essere dipinta, di fianco, un’ulteriore iscrizione riguardante note di magazzino.
Altro tipo di segno sono i graffiti che, incisi prima o dopo la cottura, sono di difficile interpretazione. Quando erano effettuati dopo la cottura, menzionavano, probabilmente, il contenuto, il peso ed altre caratteristiche relative allo stivaggio (fig. 6).

Fig. 6 Graffito su anfora (PATRICI)

Il trasporto delle anfore avveniva principalmente via mare, poiché risultava molto più veloce ed economico rispetto al trasporto terrestre. Le anfore costituivano, all’interno delle navi, il carico principale, riscontrato dai numerosi rinvenimenti di relitti in gran parte del Mediterraneo.
Al termine del loro uso principale di trasporto, le anfore erano riutilizzate nei depositi, in botteghe o case private, per la conserva dei prodotti oppure svuotate e riciclate.
In ambito edilizio erano usate, in frammenti, per la costruzione di murature, pozzi e cisterne. Inserite nelle volte o nelle parti superiori degli edifici servivano per alleggerire le strutture. Spesso, il fondo era riutilizzato come utensile per contenere malta. Quelle di forma cilindrica, soprattutto con collo lungo e stretto, erano utilizzate, impilate l’una nell’altra, come conduttori d’aria, canali di adduzione d’acqua o come canalette fognarie.
Talvolta, dopo essere state appositamente forate, venivano poste a prua delle imbarcazioni con la funzione di fanali.
Ulteriore riutilizzo delle anfore avveniva in ambito funerario: come contenitori per le ceneri o per la deposizione di neonati e bambini morti in tenera età.

 

Già nel V secolo a.C., Erodoto, nel libro III delle sue Historiae, ricordava un traffico di anfore che dalla Grecia e dalla Fenicia erano esportate verso l’Egitto. Esse arrivavano in Egitto piene di vino e, una volta svuotate, venivano riportate, riempite d’acqua, verso la Siria.
Con la nascita degli studi archeologici, in epoca moderna, lo studio delle anfore è stato “tralasciato”, privilegiando i materiali che avevano anche un valore artistico. Questo, perché le anfore, come la ceramica comune, erano considerate materiale non di pregio e, se recuperate, erano nascoste nelle profondità dei magazzini o ancor peggio buttate.
Bisogna attendere la seconda metà del XIX secolo, con gli studi di H. Dressel sul grande deposito di anfore del Castro Pretorio, per avere: “il primo gruppo di anfore scritte, uscito dal suolo di Roma, il quale non è lasciato a deplorevole abbandono, ma viene attentamente studiato e sottoposto all’esame scientifico”.
Ancor oggi la classificazione delle anfore è in parte basata su quella realizzata alla fine del XIX secolo dallo studioso tedesco nel volume XV del Corpus Inscriptionum Latinarum. (fig.7)

Fig. 7 Tavola tipologica di H. Dressel

 

Tratto da Percorsi di Archeologia, G.Migliore

 

 

Salva

Annunci

2 risposte a “Le anfore da trasporto nel mondo antico

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...