Stanza con camino

Nel Medioevo il camino occupava un’intera stanza. Un focolare al centro, sormontato da una grande cappa, e tutt’intorno nicchie scavate nelle pareti per scaldarsi insieme nelle lunghe sere invernali.

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Da allora la sua storia va di pari passo con quella dell’architettura, soprattutto a partire dal XIII secolo, quando il focolare trova la sua collocazione definitiva all’interno dei muri. In pieno Rinascimento i camini sono immensi: i conti di Poitiers, per esempio, ne avevano uno che misurava dieci metri di larghezza e dotato di una scala con dodici gradini per arrivare fino al fuoco.

sala dei passi perduti camino poitiers.JPG

Espressione di potere, quelli del Seicento sono in pietra, robusti e austeri, spesso realizzati con materiali locali come la beola usata in Lombardia. Sul mercato antiquario circolano poco perché in genere hanno dimensioni che richiedono ambienti ampi. I prezzi, poi, sono da record quando si tratta di esemplari in buono stato di conservazione, in materiali impossibili da contraffare perché provenienti da cave estinte, come il ‘Macchia vecchia’.

I camini barocchi italiani, lombardi e piemontesi soprattutto, hanno un aspetto solido. La moda del tempo abbandona la pietra comune a favore di marmi in tutte le sfumature, dal bianco di Carrara al rosso reale, dal grigio screziato al broccatello giallo, usato anche in Francia. Proprio alla corte del Re Sole nascono i primi esemplari con spalle mosse, fregi e inserti in bronzo dorato che impongono lo stile francese ai focolari di mezza Europa e che oggi è difficile trovare per meno di 20mila euro. Sulle stesse cifre si aggira il valore di piccoli esemplari rococò dalle forme minute e aggraziate, creati su misura per gli ambienti raccolti delle dimore settecentesche e talvolta corredati da accessori d’epoca come gli alari, il soffietto, la paletta, le molle, il telaio parafiamma o l’attizzatoio.

Nel Settecento si diffonde anche il ‘serveur’, un pannello usato come copertura della bocca del camino per nascondere la cenere del focolare spento. I più antichi, in legno, hanno gambe tornite e un telaio che incornicia un tessuto damascato, raramente coevo. Si trovano dagli antiquari specializzati, gli stessi che trattano anche i controcuori in ghisa e ottone, nati come elementi ornamentali e oggi usati per stringere la bocca di un camino troppo grande e aumentare il tiraggio. Ornati con motivi geometrici o a nastro, sono piuttosto rari. A ispirare molti di questi utensili, e i camini per i quali venivano creati, era stata una pubblicazione di Piranesi del 1769 intitolata ‘Diverse maniere di adornare i camini’, un repertorio di elementi decorativi, dalle volute delle antichità romane ai motivi esotici di gusto egizio.

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L’influenza di questo volume si farà sentire particolarmente in Inghilterra, dove riscuote grande successo la severa eleganza neoclassica che impone esemplari alti e snelli, ravvivati da marmi colorati e cariatidi laterali abbinate a scanalature su tutta la lunghezza delle gambe.

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Altrettanto raffinati sono i camini Impero con sfingi, medaglioni e figure geometriche in marmo bianco e oro, mentre le forme lineari degli esemplari in stile Pompadour sono quelle più richieste dal mercato antiquario.

epoca deco camino legno.jpgI camini in legno, intagliati nelle stesse essenze scure delle ‘boiserie’ in cui talvolta venivano inseriti noce, mogano, palissandro, ebano e pero annerito, erano di gran moda in epoca déco; gli esemplari più grandi e preziosi vanno oltre gli 80mila euro, un lusso per pochi, come lo erano le prime moderne stufe in ghisa che si diffondono alla fine dell’Ottocento. Fino ad allora però, il camino regna sovrano nelle case vittoriane e in età romantica si carica di valori psicologici, simbolo dell’unità familiare. Adesso, nell’epoca del funzionalismo, piace ancora. Il perché lo scopriamo in una delle novelle di Giovanni Verga, ‘Nedda’, quando descrive ‘gli squisiti piaceri di starsene seduti davanti al caminetto, tormentando con le molle la fiamma e i tizzoni. Chi non ha gustato questo passatempo non sa che cosa sono certe perfezioni del vivere’.

Di Chiara Pasqualetti

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