In poltrona. La regina della casa.

Molti la considerano la prima poltrona autenticamente moderna, il simbolo stesso del rivoluzionario design novecentesco. E’ la ‘Roodblauwe stoel’, la seduta rossa e blu che l’architetto olandese Gerrit Tietveld (1888-1964) aveva creato, in versione colorata, nel 1918-23. ‘Un po’ come se Mondrian si fosse messo a disegnare mobili’, era stato l’inevitabile commento davanti a quella poltroncina che faceva pensare a una composizione ‘neoplastica’. Comunque, da questo punto di vista, nulla di veramente nuovo sotto il sole. Pittura e arredi, infatti, sono legati da un filo rosso che, partendo da molto lontano, ha attraversato epoche e stili lasciando una puntuale testimonianza dell’evolversi del gusto. Già nel Cinquecento, Raffaello (1483-1520) impreziosiva la scena costruita attorno ai sensazionali personaggi dei suoi dipinti con arredi riprodotti minuziosamente. Nel celebre ‘Ritratto di Leone X e due cardinali’ oggi agli Uffizi, il pontefice è seduto su un seggio rosso, ornato di velluti, nappe e pomoli dorati che fornisce un eloquente esempio del livello raggiunto dall’ebanisteria del tempo.

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Oltre a essere una trasparente allusione al carattere di un papa mecenate e gaudente sul quale correvano infinite leggende, non ultima quella che, al momento della nomina al soglio pontificio all’età di soli 37 anni, avesse esclamato allargando le braccia: ‘Visto che Dio ci ha dato il papato godiamocelo’. Un secolo dopo, Jan Vermeer (1632-75) dipinge silenziosi interni sfiorati da una luce palpitante, abitati da donne e uomini che il pittore guarda con distaccata attenzione, la stessa riservata alle cose che li circondano e che parlano di loro. Ecco allora i tappeti orientali, le carte di navigazione dei marinai olandesi, i mappamondi e le perle. Ed ecco i sedili, le poltrone rivestite di cuoio o di velluto fissati all’intelaiatura con teorie di chiodini, la più classica espressione delle sedute di quel tempo.

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Nel Seicento gli schienali delle poltrone diventano più confortevoli e la loro struttura viene intagliata nel legno massello con la tecnica della tornitura. Negli ultimi vent’anni del secolo, in Italia, si afferma un ebanista originale destinato a trasformare i suoi arredi in opere inconfondibili. Andrea Brustolon, che nasce a Belluno nel 1692 e cresce alla scuola di un altro grande, Filippo Parodi, amava il legno di bosco che scolpiva con effetti di grande dinamismo. Dei, schiavi e rami contorti dal vento sorreggevano le sue poltrone mentre putti dalle cosce rotondette si aggrappavano agli schienali per non cadere a terra.

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Una scelta decorativa che potrebbe apparire indigesta per il gusto contemporaneo se non fosse filtrata attraverso un talento straordinario, quello, appunto, di un uomo tranquillo e pare assai religioso, che si dedicò per buona parte della vita a scolpire arredi e oggetti sacri per pochi, selezionati committenti. Nel Settecento, l’ariosa leggerezza di Jean-Honoré Fragonard (1732-1806) si cimenta in allegorie e paesaggi, idilli galanti e scene domestiche trasfigurati da un piacere di vivere che traspare anche dall’autoritratto sorridente dell’artista.

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I suoi personaggi giocano con i bambini in salotti dai grandi divani imbottiti, come ne ‘La famiglia felice’ e intrecciano conversazioni amorose durante ‘La lezione di musica’, dove strumenti e spartiti sono abbandonati, sotto l’occhio vigile di un gatto, su una poltroncina che sembra uscita dai laboratori di Georges Jacob (1739-1814). E anche se l’ebanista francese oggi è famoso per i mobili creati su commissione della famiglia Bonaparte, in realtà ai contemporanei era noto anche come uno dei più abili seggiolai della città. Cosa che la pittura non trascura di registrare.

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Nell’Ottocento gli stili si susseguono e l’alta ebanisteria italiana tiene il passo grazie a molti maestri ai quali si affiancano pittori e scultori. Fra gli altri Pelagio Palagi (1775-1860), artefice di un linguaggio immaginifico che ricorre a solenni figure ispirate alla mitologia e al mondo dell’antichità.

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Ma è la Francia che continua a dettare legge in materia di gusto: l’Impero lascia il posto allo stile Restaurazione, al Carlo X, al Luigi Filippo, al Napoleone III. A Parigi Giovanni Boldini (1842-1931) si afferma come pittore dell’alta società e crea una galleria di personaggi dipinti con un tratto veloce ed efficace. I suoi modelli, abbandonati sui canapè o in piedi, in primo piano, spesso gli sorridono. Altre volte invece lo ignorano, perduti nei propri pensieri.

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Nella ‘Signora che legge’, del 1875, una donna, vestita di tutto punto, sembra avere rinunciato a uscire per immergersi nella lettura di un libro, sprofondata in una costosa poltrona. Che Boldini si dedica a dipingere con evidente piacere in tutta la sua profusione di lacche e dorature, zampe ferine e animali fantastici, fino a farne una protagonista, alla pari con la graziosa Madame. E’ solo un indizio di quanto accadrà più avanti. Nel 1927, Giorgio De Chirico (1888-1978) dipinge ‘Mobili nella valle’. Immersa in una dimensione metafisica, la poltrona diventa allora oggetto assoluto ed enigma al centro di un mondo ormai abbandonato dagli uomini.

Di Maria Luisa Magagnoli

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