Pausa caffè

Tra ‘americani’ in tazza grande e macchiati caldi, ristretti trendy in tazzina di cioccolato e sex symbol del cinema che promuovono macchine espresso belle come sculture post-moderne, è difficile credere che ci sia stato un tempo – neanche tanto lontano – in cui il caffè non si beveva. Se è vero che la bevanda arriva in Inghilterra durante il periodo d’oro del Commonwealth, tra il 1649 e il 1660, è altrettanto vero che all’inizio sugli effetti del suo abuso girano voci inquietanti. Bevendone troppo, dicono, ci si trasformerebbe in scimmie o pigmei. La più antica caffettiera inglese conosciuta, datata 1681, è conservata oggi al Victoria & Albert Museum. Semplice, spoglia, a forma di tronco di cono, ha un beccuccio dritto posto a 180° rispetto al manico. Successivamente il manico si sposta, ponendosi a 90° – più o meno fino al primo trentennio del ‘700 – mentre si fanno avanti nuove esigenze di eleganza. Anche perché con buona pace delle scimmie e dei pigmei, il caffè piace e nelle case diventa usanza berlo e servirlo agli ospiti. Se ancora sotto la Regina Anna le caffettiere mantengono la forma semplice, con Giorgio I la base si stonda, il coperchio si appiattisce e dalle mani di argentieri come Anthony Nelme, David Willaume e soprattutto Paul de Lamerie nascono oggetti raffinati su cui gli aristocratici cesellano il proprio stemma.

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Con la metà del ‘700 si diffonde la forma a brocca e intanto il rococò conquista la tavola con decori e ghirlande in argento. Le caffettiere di questa epoca sono un classico del collezionismo.

Tra ‘700 e ‘800, in un progressivo compattarsi della forma, compaiono le prime caffettiere a urna sorrette da un piedistallo.

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Oggetti di grande equilibrio formale, lucenti come specchi, oppure veri colpi di genio, come una creazione del 1804 di George Smith che presenta un corpo centrale bombato ad anelli sovrapposti. Se per quanto riguarda lo stile Reggenza i capolavori sono firmati da Paul Storr, è certamente Christopher Dresser il nome più interessante del secondo ‘800.

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Geometriche e funzionali, le sue caffettiere non sfigurerebbero accanto a tele di Klee e Picasso, segno di un artigianato che sta lasciando il posto al design. Al di là dei capolavori, però, agli occhi dei collezionisti la crescente industrializzazione rende questi oggetti meno rari e quindi meno preziosi.

Real Fabbrica Ferdinandea di Napoli coffe pot.jpgCon la ceramica si apre un altro campo di possibilità. Mentre gli argentieri giocano sui volumi e sulla quantità di metallo, qui sono il colore e la scelta della decorazione a scandire la storia. Con smalti neri e figure rosse, la Real Fabbrica Ferdinandea di Napoli ripropone su interi servizi da caffè personaggi della mitologia greca (1790) proprio mentre Josiah Wedgwood, in Inghilterra, riesce a creare una varietà così perfetta di terracotta color crema da ricevere l’autorizzazione dalla regina Carlotta, moglie di Giorgio III, a battezzarla ‘ceramica della regina’, e con quella bricchi da caffè di grande pulizia decorativa. Intanto la Manifattura Imperiale di Vienna non risparmia per le sue aeree caffettiere, sostenute da tre piedini, fregi a rilievo in oro. Lo stesso oro che – abbinato a ritratti di nobili o usato per ricoprire le superfici con un trompe-l’oeil effetto metallo – decora i servizi da caffè alla corte di Napoli nei primi decenni dell’800.

Josiah Wedgwood coffee pot.jpg

Il Novecento, figlio delle Arts and Crafts e dello sviluppo dell’industrial design, è il secolo in cui la pregevolezza dell’oggetto si lega in maniera sempre più definitiva all’idea e al progetto. Nel contempo, la smania di sperimentazione aperta dalle avanguardie porta a una libertà di linguaggi prima impensabile. Senza necessariamente dover scegliere tra metalli preziosi o delicate porcellane, ecco allora gli ibridi di Gaetano Pesce, le caffettiere Conica e Cupola progettate da Aldo Rossi per Alessi, o la ‘napoletana’ reinterpretata da Riccardo Dalisi, sempre per Alessi, punto di arrivo di una ricerca ‘infinita’, pop e irriverente, capace di trasformarsi, volta per volta, in uno sberleffo di Totò come di mascherarsi per il ballo di Carnevale.

Aldo Rossi per alessi coffee pot.jpeg

Di Alessandra Redaelli

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