Vienna raffinata e austera

“Non riesco ad abitare nel negozio di un rigattiere”. Per catturare l’anima e lo stile di Vienna vogliamo partire da qui, da un aforisma corrosivo di Karl Kraus, sintesi perfetta della condizione paradossale di una città che – a cavallo tra Otto e Novecento – visse in un colpo solo l’agonia di una civiltà, la cosiddetta “finis Austriae”, insieme al parto delle più folgoranti novità estetiche e culturali: in contrapposizione al concetto inglobante di una felix Austria disincantata e soddisfatta di sé, tragicamente ignara della fine imminente. E noi, ripercorrendo un fil rouge stilistico, non possiamo far altro che addentrarci nelle stanze secolari di questa imperiale “rigatteria” d’eccezione. La Vienna del secondo Cinquecento fu teatro di una graduale evoluzione nello stile degli arredi, che lentamente trasformò la cupa semplicità medioevale degli interni, avvicinandoli al gusto rinascimentale nordeuropeo. Nel 1638 l’imperatore Ferdinando III intraprese un’opera di rinnovamento degli statuti che regolavano l’artigianato; nello stesso periodo, inoltre, la corporazione limitò il numero dei maestri falegnami.

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Il castello di Schoenbrunn, nato giusto sul finire di questo secolo barocco, è il simbolo assoluto della grande Vienna imperiale: situato nella ex riserva di caccia di Massimiliano II, fu voluto da Leopoldo I, nel 1696, dopo che l’invasione turca aveva devastato l’intera zona. Il lavoro venne affidato all’architetto Johann Bernhard Fischer von Erlach, ma dell’originale impianto barocco non è rimasto quasi nulla, giacché Nikolaus Pacassi – su ordine di Maria Teresa – rinnovò il progetto, innalzando un maestoso edificio in stile settecentesco, con interni rococò.

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A Vienna il Rococò ebbe alcune delle sue manifestazioni più vistose, sebbene non tutte parimenti felici. Infatti, il mobile austriaco rocaille – a onta di una perizia esecutiva fuori dall’ordinario – peccava sovente di un eccessivo compiacimento decorativo, finendo col concedere troppa attenzione ai singoli dettagli, a scapito della struttura architettonica complessiva. A proposito di strutture architettoniche, non possiamo non fare il nome di Melchior Hefele (1716-1794), impeccabile disegnatore di mobili e cornici davvero geniali. E per quanto riguarda la ceramica, non si può certo dimenticare la manifattura Du Paquier che, nel secondo decennio del Settecento, carpì alla Meissen il segreto della porcellana.

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La fabbrica, acquistata dall’imperatrice Maria Teresa nel 1744, produsse oggetti di gran pregio e originalità, soprattutto grazie alla collaborazione di Johann Josef Niedermeyer. Aggiornata e alla moda appariva la Vienna degli ultimi anni di Maria Teresa e del regno di Giuseppe II. Nei mobili che vi si fabbricavano si nota una scheletrizzazione formale, rigida (che sarebbe ben presto sfociata nei toni colloquiali dell’ebanisteria Biedermeier). Si tratta di una versione imborghesita e leziosa del Neoclassicismo anglo-parigino, caratteristica degli ambienti – musicali e conviviali – calcati con spasmodica frenesia dal divino Amadeus. La resistenza dell’Austria all’egemonia francese non fu mai completamente fiaccata, neppure in epoca napoleonica: pur risentendo dei modelli imposti da Parigi, la mobilia viennese conservò una specifica autonomia; più agli effetti sontuosi essa mirava alla funzionalità, resa con un’esile grazia, ai limiti del vezzo (ossia: malcelata tendenza alle curve, spiccata predilezione per le dimensioni modeste, appliques argentate che si intonavano alla perfezione con i chiari legni indigeni).

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Herr Biedermeier. Si chiamava così un personaggio uscito dalla fantasia del giurista Ludwig Eichrodt: incarnazione ideale del borghese medio e un po’ ridicolo, tipico della società tedesca dell’epoca. Per estensione, il termine Biedermeier andò a definire il genere d’arredamento di quel trentennio compreso tra il congresso di Vienna e la rivoluzione del 1848. In pratica: uno stile ‘domestico’, funzionale e parsimonioso, marcato dalla ricerca continua di un’ostentata semplicità e di una sobria eleganza. Le dritte e taglienti forme Impero, esecrate quanto la memoria di Napoleone, lasciarono spazio a un compiaciuto gioco di controcurve, di sciolte soluzioni di continuità, di voluti squilibri disegnativi. Il maggiore artigiano, a Vienna, fu Joseph Danhauser.

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Fino al 1836, quando chiuse i battenti della sua bottega, fu lui a dettar legge nell’asimmetrico giardino del Biedermeier, imponendo a tutti la sua capricciosa musa (persino in Italia se ne sentirono le conseguenze). E poi? Nella seconda metà dell’Ottocento la mobilia viennese faticò a brillare di luce propria. Si ebbe dapprima un singolare neo-Rococò, privo però della grazia formale del Napoleone III; successivamente dilagò un eclettismo convenzionale, salvato da sporadiche ed eccentriche divagazioni nel territorio del macabro.

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Lo Jugendstil e il suo carattere spoglio e ‘cubista’ si esaltò al massimo grado attraverso l’opera del principale animatore della Sezession: Joseph Hoffmann (1870-1956). Il suo amore per una decorazione puramente geometrica, il suo spiccato gusto per la bicromia bianco e nero, la purezza di molti suoi motivi ornamentali ne fecero un precursore degli stilemi anni Venti, più che un rappresentante dell’estenuato clima fin de siècle. Allora imperversavano i palpiti erotici – simbolisti e freudiani – di Gustav Klimt, che influenzarono addirittura le linee sensuali di taluni mobili, vetri e ceramiche.

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Vogliamo ricordare certi modelli della manifattura Goldscheider, o i capolavori perversi e delicati di Michael Powolny. Per non parlare dei vetri Loetz, sbocciati come fiori velenosi in piena temperie secessionista. A partire dal 1903, comunque, allorché Hoffmann fondò la Wiener Werkstaette, tutto pareva volgere verso una semplicità spartana, che era, al contempo, di sublime e speciosa raffinatezza. Gli arredi fabbricati in quei prestigiosi laboratori – su progetti dello stesso Hoffmann e di altri suoi ‘confratelli’, fra i quali citiamo almeno Adolf Loos (1870-1933), Koloman Moser (1868-1918) e Joseph Maria Olbrich (1867-1908) – erano fra i più originali dell’epoca e segnarono in modo indelebile l’immaginario estetico d’Europa, fino allo scoppio della Grande Guerra.

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Tutto questo, e molto altro, era la Vienna in cui muoveva i primi passi il giovane e sarcastico Karl Kraus: alla faccia del negozio da rigattiere! Era una città incantata, celebrata da personalità come Musil e Zweig, da Joseph Roth, Franz Werfel e Hugo von Hofmannsthal: il luogo mentale degli spasimi visivi di Schiele e Kokoschka. Era la città musicale per eccellenza, dove Mahler, Schoenberg, Webern e Berg incrociarono i loro destini. Una città in cui convissero mirabilmente gli estremi turgori del Decadentismo e gli scatti isterici delle più spinte avanguardie.

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Di Armando Audoli

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