Ditelo con i portafiori

E’ talmente fiorito che una corolla in più sarebbe di troppo. Così colorato da far impallidire la rosa più sgargiante. Eppure, un cache-pot è fatto per quello, contenere fiori. Non deve averci dato troppo peso il collezionista che anni fa, da Christie’s, ha speso quasi 18mila euro per portarsi a casa l’adorato porta vasi di Delphin Massier decorato con iris e pavone. Probabilmente oggi pagherebbe il doppio.

LARGE DELPHIN MASSIER VALLAURIS MAJOLICA PEDESTAL PEACOCK STAND AND WILD IRISES JARDINIERE EARLY 20TH CENTURY.jpg

A monumental French majolica rectangular cachepot, a tulip head, signed Delphin Massier..jpg

Sono tre i Massier che nella manifattura di Valluris, presso Cannes, hanno portato a vertici di sublime bellezza l’arte delle ceramiche art nouveau. Delphin (1836-1907), il fratello Clément (1845-1917) e il cugino Jérome (1850-1916). Cominciarono a lavorare insieme nel 1860, ciascuno mettendo in luce le proprie competenze. Tutti e tre, però, con lo stesso gusto per i colori accesi, i rossi, i verdi e il blu pavone, che era stato “inventato” dalla madre di Delphin e Clément, Elisabeth Massier, creativa nel reparto distillazione dei fiori delle Manifatture profumiere di Grasse. Anche i figli Massier furono geniali. A Vallauris, cache-pots e jardinières venivano realizzati con la tecnica pasta su pasta o “barbottina” (barbotine), un particolare procedimento di decorazione a rilievo su maiolica o porcellana. Il metodo, già noto ai vasai cretesi, consiste Clément Massier, 1845-1917 GRAND CACHE-POT A CLÉMENT MASSIER IRISED CERAMIC FLOWER.jpgnell’applicare sui vasi strati d’argilla semiliquida, modellandola poi con utensili di metallo. Si passa quindi alla cottura e alla verniciatura a smalto. La manifattura ha spento i forni dal 1902, ma il nome è entrato nel mito. Importanti pezzi Massier sono oggi visibili al Museo della ceramica di Villauris, al d’Orsay di Parigi e in qualche bottega antiquaria. Tra le più fornite, quella parigina di Laurence Vauclair, che spiega: “ Tutte le manifatture europee che hanno fatto borbotine si sono dedicate al tema “verde”, molto in voga in epoca romantica. Di questo stile, i Massier sono maestri riconosciuti. La richiesta di questi pezzi d’autore è alta. Ma per fortuna se ne trovano ancora.” I prezzi? “Si va dai 500 euro ai 5mila, 10mila, fino agli 80mila per le creazioni più sbalorditive.” Anche le maioliche vittoriane hanno un buon mercato: è il caso delle giardiniere di George Jones, fondatore della Trent Pottery nelloGeorge Jones majolica jardiniere_english majolica.jpg Staffordshire, poi passato alla Minton a far maioliche ad alto rilievo e a tutto tondo. Assai prolifiche sul continente anche la Reale fabbrica di Porcellane di Berlino, la francese Sarreguemines e, in Italia, le manifatture faentine, come la Ferniani, e quelle che, in epoca Liberty, hanno condiviso il genio di Alessandro Mazzucotelli e di Galileo Chini.

Ma qual è la differenza tra jardinières e cache-pots?

Le prime sono tavoli con un vano per l’humus foderato di zinco al posto del piano, oppure cassoni, più grandi delle comuni fioriere, adatti a piccole piante e fiori recisi. Possono essere di vari materiali: legno, marmo, ferro battuto, latta dipinta, acciaio, bronzo dorato. Introdotte con lo stile Luigi XVI, hanno furoreggiato negli appartamenti di Maria Antonietta e nelle verande di Fontainebleau e sono state in voga fino al XIX secolo.

A Louis XVI style gilt bronze jardinière.jpg

I cache-pots sono invece contenitori per vasi dalle diverse fogge e misure: si va dal singolo pezzo per un fiore solitario, vedi la serie dei piccoli calici Anni 30 in alpacca argentata disegnati da Gio Ponti per la ditta Krupp di Milano, al capace esemplare dove si può comodamente crescere una pianta da frutto.

richard-ginori-and-gio-ponti-il-circo-vase.jpg

In uso fin dal XVI secolo, furono di gran moda nel Settecento, nelle preziose versioni in porcellana prodotte dalle grandi manifatture europee (Sèvres e Vincennes, Capodimonte, Vienna, Meissen).

19th Century French Hand-Painted Barbotine Cache Pot with Floral Motifs.jpg

A fine Ottocento, accanto a importanti esemplari in ceramica o marmo e bronzo dorato, cominciarono a circolare anche cache-pots in metallo: è tutto un “fiorire” di esemplari in ferro, argento, ottone, bronzo, in latta e stagno dipinti a mano.

A FRENCH ORMOLU AND PATINATED BRONZE CACHE-POT BY CHRISTOFLE & CIE., PARIS.jpg

A realizzarli sono spesso autori anonimi, anche se non mancano le grandi firme. Come quella di Christopher Dresser (1834-1904), designer di argenti, ma anche di oggetti in ghisa per l’inglese Coalbrookdale, produttrice di letti in ferro e arredi da giardino. Nome di spicco anche Emile Reiber (1826-1893), architetto e teorico prestato alla prestigiosa manifattura Christofle & Cie, fervente adepto del giapponismo, capace di reinventare nei suoi modelli le decorazioni e le tecniche dell’Estremo Oriente. La fioriera in rame galvanico decorata con fiori di cotogno, oggi al Musée d’Orsay, testimonia il suo talento di outsider.

Cattura.JPG

Un altro grande è Edgar Brandt (1880-1960), sofisticato maestro francese del ferro battuto art déco, celebrato all’Esposizione parigina del 1925, idolatrato in patria e negli Stati Uniti. Le sue spirali, i cartigli, gli animali stilizzati sono inconfondibili, così come la calda patinatura e la felice combinazione di ferro, ottone, rame e altri metalli lavorati con elegantissime rifiniture à martelé. Echi ormai lontani di tempi in cui anche un portavaso era un’autentica opera d’arte.

Di Melisa Garzonio

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