Scavi subacquei

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E’ stata l’invenzione dell’autorespiratore ad aria, messo a punto nel 1943 dai francesi Jacques Cousteau (1919-1997) ed Emile Gagnan (1900-1979), a contribuire al progresso delle tecniche di immersione e a permettere agli archeologi di operare sempre più agevolmente in ambiente subacqueo. Non a caso proprio la Francia ha avuto una posizione preminente nello sviluppo di questa disciplina, che in Italia ebbe, negli anni Cinquanta del secolo scorso, un pioniere in Nino Lamboglia (1912-1977). Da allora, dopo anni di esperienza e di affinamento delle tecniche, gli archeologi di tutto il mondo possono contare sull’uso di apparecchiature sempre più all’avanguardia, non invasive e rispettose dell’ecosistema sottomarino.

L’archeologia subacquea è tesa a scoprire, recuperare e studiare qualunque testimonianza umana rimasta intrappolata nei fondali più vicini o nelle profondità degli abissi. La presenza di siti e reperti in acqua implica, in molti casi, un contesto drammatico o misterioso e spesso il loro recupero è in grado di restituire un mondo che si è fermato in un preciso momento, come nel caso di un naufragio o di un inabissamento in seguito a calamità naturali. Polemiche sulla corretta definizione di archeologia subacquea, e sulla sua autonomia rispetto alla scienza archeologica, tendono a considerarla come una disciplina a sé stante e non esclusivamente come ricerca condotta su resti sommersi, o come una semplice tecnica con particolari modalità di scavo e di recupero legata all’ambiente fisico nel quale viene applicata.

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Comunque sia, ricerca, scavo, documentazione e recupero in ambiente subacqueo devono seguire gli stessi criteri di scientificità dello scavo terrestre, mettendo a punto, in parallelo alle più moderne tecniche dello scavo stratigrafico, nuove metodologie adatte alle particolarità dell’ambiente di lavoro.

L’archeologia subacquea comprende due rami: l’archeologia sottomarina e quella delle acque interne (fluviali, lacustri, lagunari, pozzi sacri o ipogei).

La prima, oltre al recupero di relitti in mari più o meno profondi, ha permesso il rilevamento sistematico di zone costiere ormai sommerse a causa di fenomeni di bradisismo o di innalzamento del livello del mare. Lungo le coste sono stati individuati e scavati abitati, porti, impianti marittimi e ville lussuose (Baia in Campania, Alessandria d’Egitto). La seconda, in genere caratterizzata da scarse profondità, da acque torbide e a volte dalla presenza di forti correnti, si è impegnata nello scavo di villaggi palafitticoli e di siti protostorici in laghi europei (Annecy, Neuchatel, Viverone e Bolsena); nell’individuazione di infrastrutture di origine antropica nei fiumi (Po, Tevere e Adige); nel recupero di offerte votive in pozzi sacri del Centroamerica (Chichén Itza, Messico).

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Un ruolo particolare è svolto dall’archeologia navale, intesa come studio dell’architettura di antiche imbarcazioni, basato sull’analisi di relitti arcaici, così come di quelli medievali e rinascimentali. Dalle navi greche, etrusche e romane, cariche di derrate alimentari e beni di lusso, disseminate e rinvenute in tutto il Mediterraneo, al recupero e alla ricostruzione di grandi imbarcazioni come il Vasa, nave reale svedese affondata nel 1628 nel porto di Stoccolma.

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Il recupero di navi naufragate e del loro carico (vino, olio, altre derrate alimentari, ceramiche, beni di lusso, lingotti d’oro) ha contribuito alla conoscenza delle rotte e dei commerci marittimi e ai progressi nello studio delle anfore (forme, sigilli, iscrizioni).

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La fase di ricerca subacquea per il rilevamento si avvale dell’uso di strumentazione idonea: il sonar o ecoscandaglio a ultrasuoni, che consente di visualizzare la superficie del fondale; l’ecografo, che permette di ottenere il profilo batimetrico del fondale e di individuare i resti di quanto emerge dal fondo; il magnetometro a protoni di tipo sperimentale, in grado di segnalare la presenza di anomalie magnetiche quali, per esempio, un relitto con il suo carico. A volte queste apparecchiature sono montate su robot subacquei autonomi, come i ROV (Remotely Operated Vehicles), sottomarini telecomandati, o i più recenti AUV (Autonomus Underwater Vehicles), veri e propri automi subacquei. Per lo scavo invece vengono utilizzati dagli strumenti più semplici, quali la sorbona per il dissabbiamento lento o lo scavafango per la rimozione dei fanghi e delle melme, ad apparecchiature per la documentazione sempre più sofisticate e adatte a un uso in immersione.

La nave di Mazarrón II, uno straordinario relitto di imbarcazione fenicia scoperto nel 1994 e scavato tra il 1999 e il 2001, a poca distanza dalla città di Cartagena, in Spagna.jpgInoltre dalla campana batiscopica, da cui gli archeologi seguivano le operazioni, si è passati a vere e proprie basi di lavoro, sempre più complesse, con imbarcazioni di appoggio (equipaggiate di motocompressori, laboratori per il trattamento degli oggetti recuperati, e gli ultimi ritrovati della tecnologia per l’acquisizione digitale delle immagini e per la comunicazione audio e video dalla base allo scavo subacqueo), minisommergibili (per seguire le operazioni) e camera iperbarica subacquea, il tutto nato dall’esperienza delle grandi società petrolifere che operano negli oceani.

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Senza dubbio i mass media hanno avuto un ruolo importante nel far conoscere l’archeologia subacquea, soprattutto in occasione di importanti recuperi, che spesso sono stati il frutto di ritrovamenti casuali, come per i Bronzi di Riace (Calabria, Italia 1972), il Satiro Danzante nel mare antistante Mazara del Vallo (Sicilia, Italia 1998), l’Apoxyòmenos di Lussino (Croazia, 1999). Anche nel campo dell’archeologia subacquea l’individuazione di aree e il recupero di materiali implica problemi di valorizzazione, tutela e conservazione. Proprio per questo l’impegno è rivolto alla creazione di parchi archeologici sottomarini, a un maggiore controllo per evitare scavi illegali e infine alla ricerca e alla collaborazione interdisciplinare. Quest’ultima è rivolta principalmente a risolvere il problema del trattamento dei materiali organici, come il legno delle imbarcazioni, che una volta recuperati ed estratti da ambienti anaerobici necessitano di specifici interventi.

I FORTUNATI BOTTINI DEI PESCATORI DI SPUGNE

Athens _ Museo Archeologico Nazionale _ Efebo di Anticitera.jpgImportanti ritrovamenti casuali, che portarono al recupero d’arte antica, risalgono all’epoca in cui le immersioni erano particolarmente rischiose e i palombari facevano ancora uso di pesanti scafandri. Nel 1900 alcuni pescatori di spugne si imbatterono, presso l’isolotto di Anticitera, nel relitto di una nave naufragata nel I sec. a.C. che trasportava marmi, bronzi, oggetti preziosi e ceramica. Tra le sculture, recuperate non senza gravi incidenti e con operazioni non sistematiche, si trovava il cosiddetto efebo bronzeo di Anticitera (metà IV a.C.), conservato al Museo Nazionale di Atene e da allora al centro di controversie sulla sua interpretazione.Pochi anni dopo, nel 1907, con le stesse modalità venne rinvenuto un relitto nelle acque tunisine antistanti Mahdia. I ‘grossi cannoni’, che uno dei pescatori di spugne diceva di aver visto, si rivelarono ben presto delle colonne in marmo.

Busto di Afrodite dal carico del relitto di Mahdia.jpg

La nave infatti trasportava, oltre a 67 colonne di 3 e 4 metri di altezza con relativi capitelli e basi, anche sculture in marmo e in bronzo e altri materiali architettonici, il tutto probabilmente destinato a Roma. La profondità e le correnti marine ostacolarono le operazioni di recupero promosse dalle autorità francesi, che si svolsero ciclicamente fino al 1913. Tra il 1954 e il 1955 gli archeologi francesi tornarono con attrezzature ormai avanzate per studiare il relitto della nave, che, con i suoi quasi 30 metri di lunghezza, aveva trasportato nel I sec. a.C. almeno 240 tonnellate di materiali.

Tratto da Capire l’archeologia, ed. Giunti

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