L’oro bianco di Ginori – un mito di ceramica

Museo di Doccia, manifattura Ginori.jpgEra l’argomento del giorno, il titolo forte in ogni salotto elegante. Ad animare la conversazione, a renderla esotica, c’era naturalmente un mistero, quell’ingrediente sconosciuto che permetteva alla vile argilla di trasformarsi in una creazione sublime, liscia come la seta, sottile eppure durissima e, vero miracolo, trasparente alla luce. All’inizio del Settecento la porcellana scatena in ogni corte d’Europa una vera e propria febbre dell’oro bianco. Ad alimentare la passione, ormai da due secoli giungevano dalla Cina e dal Giappone meravigliosi vasi e piatti di un bianco lunare o decorati con un arabesco di fiori blu. Importarli e collezionarli era diventato un passatempo regale. Ma adesso bisognava produrli. Nel 1708, a Dresda, Johann Friedrich Boettger, un chimico di diciannove anni, scopre la magia del caolino, l’argilla finissima alla base dell’impasto di porcellana. E’ il via a una corsa che porterà alla nascita di varie manifatture europee, eternamente rivali. In questo clima esaltato, ad altissima temperatura di fusione tra illuminismo e alchimia, tra orgoglio e progresso, appare, sulla scena italiana, la straordinaria figura di Carlo Ginori, fondatore di un marchio che ha segnato la storia dell’arte, nonchè la storia del gusto e la storia personale di migliaia di famiglie che, da più di due secoli, si riuniscono a tavola intorno a un servizio di piatti Ginori. Anche quella Ginori, per simbiosi all’oggetto di produzione, è una storia di famiglia, l’avventura di cinque generazioni che, sul filo della primogenitura, hanno attraversato duecentosettant’anni di cambiamenti. Un marchio di fabbrica quasi, visto che l’esordio della carriera politica di Carlo Ginori, nobile fiorentino, senatore a trentadue anni, corrisponde al passaggio di potere dai Medici ai Lorena. Richard Ginori #Tuscany.jpgUn’epoca finisce, ne inizia un’altra e in questo spirito di tempi nuovi Carlo, imprenditore, scienziato e filantropo, svolge una serie di ricerche che spaziano dalla bonifica della zona di Cecina alla coltivazione di piante esotiche, dall’allevamento della capra alla pesca del corallo e gli esperiementi con la porcellana. Nel 1737 Ginori acquista una villa, vicino alla tenuta che possiede a Doccia. Dieci anni dopo lì sono in funzione due fornaci che danno lavoro a circa cinquanta dipendenti. Il clima, arroventato dai forni che superano la temperatura di mille gradi, è arditamente sperimentale. In produzione, gruppi scultorei ispirati alle collezioni medicee, con la Venere in primo piano, seguite da copie di classici greci e di Michelangelo. Porcellana al posto del bronzo, missione impossibile. Bellissima, ma troppo difficile e costosa. A questi pezzi si affianca la produzione di vasellame a fiori blu su fondo bianco, motivo orientale ma con una scelta “botanica” tutta nostrana. La decorazione, spregiudicata, è a stampino e si tratta della prima volta che in Europa viene abbinato un prodotto di lusso a una tecnica povera.

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RICHARD GINORI ANTICO DOCCIA BROKEN COLLECTION.jpgNel 1779 Lorenzo Ginori, che succede al padre, dopo un difficile interregno tra gli eredi, amplia l’orizzonte della produzione da tavola, arricchita dalla recente passione per le nuove bevande: tè, caffè, cioccolata. La manifattura inizia a guadagnare. Nascono nuovi servizi. Le forme, molte ancora in produzione e di intramontabile fascino, come “Vecchio Ginori” e “Antico Doccia”, riprendono i profili dell’argenteria Richardsinori (Richard Ginori).jpgbarocca e gli intrecci in vimini. I decori guardano all’Oriente, nei motivi dei due galli che si affrontano in una cornice di vegetazione e in quello delle peonie ribattezzate “Tulipani”.

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Quindi si torna in Italia, nella fantasia a roselline e a frutti e fiori sparsi, ideata nel 1760, simbolo di un’eleganza misurata e affabile, sobria e vivace, lontana dal fasto romano, ma non fredda.

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Ad aumentare il calore nel 1818, portando vertiginosamente a quattro piani la fornace, da allora battezzata “all’italiana”, è Carlo Leopoldo Ginori. Un altro cambio di tecnologia e di gusto. Sulla tavola appare un raffinato servizio ispirato alle antichità di Ercolano, come vuole la moda, da alternarsi, perchè anche la tavola comincia ad avere il suo guardaroba, a uno con decori e frutta, ripresi dal volume francese “Traité des arbres frutiers”, di Duhamel du Monceau. Tutto questo avveniva sulla superficie del piatto. Ma anche sotto, nell’incavo dello stampo nascosto dalla tovaglia, le cose stavano cambiando.

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Il primo marchio Ginori appare nel 1800: in un cielo bianco latte campeggia una stellina d’oro, rossa o blu, seguita, per le porcellane di altissimo pregio, da una cometa in oro. Nel 1896 ai commensali che capovolgevano il piatto per scoprirne l’origine apparve, accanto al nome di Ginori, quello di Richard. A decidere della fusione, la crisi economica e le difficoltà economiche della famiglia Ginori, dopo la morte di un validissimo collaboratore. Paolo Lorenzini, a gestire l’evoluzione industriale dell’antica manifattura. Augusto Richard, figlio di Giulio e fondatore della più grande azienda di ceramica italiana, firmò l’accordo. Nasceva così la Società Ceramica Richard-Ginori, con sede a Milano, salutata da Gio Ponti, che ne fu il direttore artistico dal 1923 al 1930, come lo sposalizio di due nomi parimenti gloriosi.

Gio Ponti for Richard Ginori - Decorated Platter.jpgGio Ponti (1891-1979) - Richard Ginori.jpg

Un impero a cui Ponti infonde nuove energie, confermando la volontà di questa azienda di essere tradizione da un lato e dall’altro dialogo con i vertici del design internazionale. All’apertura verso le più aggiornate tendenze europee, Gio Ponti contrappose un linguaggio tipicamente italiano, con rimandi al mondo etrusco, alle maioliche rinascimentali, all’eredità palladiana e persino all’arte moderna, tra Metafisica e Surrealismo; basti pensare a quelle rarissime “Mani della fattucchiera”, una dorata, l’altra pesantemente ingioiellata, ricavate dallo stampo industriale di un guanto in gomma e realizzate in porcellana dura nel 1935.

Gio Ponti pour Richard Ginori 'Mani della Fattucchiera' (Les mains du sorcier) • 1935.jpg

Un autentico passaggio di mano, invece, avviene quando a Gio Ponti succede Giovanni Gariboldi, che sarebbe rimasto alla direzione artistica della Casa dal 1930 al 1970. Una colonna portante, dunque, una colonna di anni e, naturalmente, una “Colonna” di piatti, che lo spirito dei tempi moderni avrebbe voluto perfettamente impilabili. E, come sempre, indimenticabili.

Vase by Giovanni Gariboldi for Richard Ginori, produced by Lavenia, Italy, 1940s.jpg

Di Laura Leonelli

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